La sera del 20 gennaio a Roma, nell’ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, si è svolto un evento che può essere considerato una prima assoluta nel panorama ecclesiale italiano: il primo incontro di preghiera per l’unità dei cristiani promosso insieme da gruppi LGBTQ+ appartenenti a diverse confessioni cristiane. Un gesto semplice ma carico di significato, che ha intrecciato fede, esperienza e desiderio di comunione, mostrando in modo concreto che l’ecumenismo non è solo un tema teologico, ma una pratica vissuta.
L’incontro è stato ospitato dalla chiesa battista di via del Teatro Valle e ha coinvolto credenti provenienti dal mondo cattolico (Associazione Ramo del Mandorlo), dalla chiesa episcopale anglicana (chiesa di St. Paul’s Within the Walls) e dalle chiese protestanti metodiste, valdesi e battiste (REFO+ gruppo di Roma). Alla preghiera hanno preso parte persone LGBTQ+ e altre e altri credenti, uniti dal desiderio di vivere un momento ecumenico senza rimuovere le differenze, ma attraversandole insieme.
L’introduzione della celebrazione ha subito chiarito il senso profondo dell’incontro, richiamare l’orizzonte di una unità intesa non come dato acquisito, ma come promessa e responsabilità condivisa. Un’unità che non coincide con l’uniformità, ma che nasce dall’azione dello Spirito, capace di tenere insieme storie, differenze e percorsi ecclesiali diversi in un unico corpo vivo.
La liturgia, pensata in chiave profondamente interconfessionale, ha alternato momenti di canto dalla tradizione ecumenica ad altri propri delle singole confessioni, creando un clima di ascolto reciproco e di riconoscimento. Al centro della celebrazione, tre momenti di meditazione, affidati ai diversi gruppi LGBTQ+ presenti, che hanno lavorato a partire da un unico riferimento biblico: il versetto di Galati 3,28.
Ogni gruppo ha scelto di concentrarsi in modo esclusivo su uno dei binomi contenuti nel testo paolino: “giudeo e greco”, “schiavo e libero”, “uomo e donna” cercando di ricostruire il significato storico e teologico che quelle categorie avevano nel contesto delle prime comunità cristiane, per poi interrogarle alla luce dell’oggi.
Pur non conoscendo in anticipo il lavoro degli altri gruppi, con sorpresa e commozione le tre meditazioni si sono rivelate profondamente complementari. Prospettive diverse che, accostate, hanno dato forma a un’unica riflessione sull’annuncio paolino di un’appartenenza che non si fonda sulle differenze, ma sull’essere in Cristo. Un segno concreto di come la diversità non sia un ostacolo all’unità, ma possa diventarne una via autentica e feconda.
In un tempo segnato da polarizzazioni, chiusure identitarie e ferite ancora aperte, l’incontro di ieri sera ha mostrato che è possibile pregare insieme, ascoltarsi e riconoscersi fratelli e sorelle, anche partendo da storie personali ed ecclesiali profondamente differenti.
Un piccolo passo, forse, ma carico di una promessa: quella di una comunità che si lascia guidare dallo Spirito, capace di riconoscere la sua presenza anche in cammini incompleti e differenziati, e di vivere l’unità non come uniformità imposta, ma come comunione generata dall’ascolto reciproco.

Nella foto da sinistra a destra: Eliad Dias Dos Santos (pastora metodista), Francesca Zoccali, Massimo Albano, Irene Grassi, Conner Drennen, Simone Caccamo (pastore battista)
