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Una chiesa evangelica è un luogo sicuro per le persone queer? Una riflessione sul mondo protestante ed evangelico in Italia

Care e cari,

prima di scrivere questa lettera aperta ci siamo al lungo interrogat* all’interno della Segreteria REFO+ sull’opportunità e sull’utilità di diffondere maggiori informazioni e precisazioni sulle denominazioni all’interno del vasto mondo protestante in Italia.

Ci siamo chiest* quanto fosse davvero importante specificare che cosa si intende quando si parla di «chiese protestanti» e «chiese evangeliche». Ci siamo post* davanti a questa domanda con l’idea di offrire una risposta ed una testimonianza che non volesse essere partitica o denominazionale, che non volesse stabilire quali fosse le chiese migliori, più autenticamente evangeliche o più accoglienti, ma piuttosto con l’intento di voler offrire presenza e ascolto.

A spingerci a voler condividere e offrire questa nostra riflessione è stato l’accostamento, all’interno del portale di informazione di Gionata, alla sezione «evangelici» (https://www.gionata.org/evangelici/), di due notizie molto diverse che utilizzavano una stessa espressione in riferimento alle chiese protestanti, ovvero «luoghi sicuri». Da un lato si ha, infatti, la notizia dell’approvazione di un atto da parte del Sinodo della Chiesa valdese – unione delle chiese metodiste e valdesi – che invita a continuare il percorso già da anni intrapreso per rendere le chiese per tutte le persone LGBTQIA+ e in particolare per le persone trans sempre più «luoghi sicuri»; dall’altro si legge la dolorosa testimonianza di esclusione vissuta da un cristiano che – a ragione in relazione al proprio vissuto – denuncia quanto le chiese protestanti non siano «luoghi sicuri» per le persone LGBTQIA+.

Davanti a questo accostamento è normale sentirsi smarrit*. Come porsi davanti a due notizie così diverse? Come può un* cristian* in ricerca capire se si trova davanti ad una chiesa evangelico protestante accogliente o meno? Immaginando queste e quante altre domande che potrebbero scaturire dalla lettura di articoli molto diversi all’interno di una sezione dedicata genericamente agli «evangelici» abbiamo deciso di chiedere uno spazio per fare chiarezza.

Come REFO+ rappresentiamo prevalentemente (ma non solo) le chiese valdesi, metodiste e battiste in Italia, le quali hanno una lunga storia di testimonianza a favore del riconoscimento di tutte le identità LGBTQIA+; non intendiamo rivendicare una presunta superiorità, ma offrire un’informazione che possa essere utile e concreta. In queste realtà è generalmente più facile incontrare comunità, pastore e pastori, diacone e diaconi e persone della chiesa che riconoscono e accolgono pienamente le diverse identità e realtà LGBTQIA+, anche se le esperienze possono naturalmente variare da comunità a comunità.

Chiese protestanti, evangeliche, esiste una distinzione? Cosa può generare confusione?

Il panorama protestante italiano (come quello mondiale) è molto articolato, ne fanno parte, tra le altre, le Chiese battiste, valdesi, metodiste e luterane, che insieme ad altre realtà che fanno parte della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), ma anche altre chiese che non ne fanno parte.

Tutte queste chiese si definiscono evangeliche perché riconoscono nell’Evangelo, e quindi nella Scrittura, il fondamento della propria fede; le differenze, però, non riguardano soltanto il nome della specifica denominazione protestante, ma soprattutto il modo in cui la Scrittura viene letta e interpretata.

Accanto alle chiese che utilizzano gli strumenti della ricerca biblica e della lettura storico-critica (in particolare valdesi, metodiste, battiste e luterane), esistono anche realtà evangeliche che adottano un approccio invece letteralista, nel quale il testo biblico viene letto come una prescrizione immediatamente applicabile al presente, spesso senza considerare adeguatamente il contesto storico, culturale, sociale e linguistico nel quale quel testo è stato scritto.

Sono entrambe realtà protestanti. Sono entrambe realtà che possono definirsi evangeliche. Ma possono avere una concezione profondamente diversa del rapporto tra il credente, la Scrittura e il mondo nel quale viviamo, di conseguenza, con la pastorale che ne deriva.

Quando si parla di persone LGBTQIA+ questa distinzione diventa particolarmente importante. Infatti, all’interno delle chiese che portano avanti un approccio letteralista alla Scrittura, i clobber texts – ovvero i 7 versetti biblici strumentalizzati per condannare le relazioni tra persone dello stesso sesso o, più in generale, le persone LGBTQIA+ – sono utilizzati come condanne universali e senza tempo, strumento di esclusione, di rifiuto e, in alcuni casi, di vera e propria oppressione delle persone queer.

Una lettura storico-critica parte invece dalla domanda: che cosa significava quel testo nel momento storico in cui è stato scritto? A quali persone si riferiva? Quali pratiche descriveva? Quali categorie culturali e sociali utilizzava? E possiamo davvero trasferire quelle parole, senza alcuna mediazione, nella nostra realtà contemporanea? Perché solo per questi testi ci ostiamo ad utilizzare una visione letteralista e non facciamo altrettanto per altri passaggi? (cfr. Lev 19, 19 Osserverete le mie leggi. Non accoppierai bestie di specie differenti; non seminerai il tuo campo con due specie di semi, né porterai veste tessuta di due diverse materie)

Ed è proprio questo percorso che ha permesso di sviluppare negli ultimi decenni una riflessione sempre più ampia sui temi della fede, dell’orientamento sessuale, dell’identità e dell’espressione di genere; in questo cammino si inserisce anche la nascita, ormai trent’anni fa, della REFO+ Rete Evangelica Fede e Orientamenti e Generi.

Il punto, per noi, non è dunque rivendicare un primato «evangelico», ma offrire chiarezza sulle differenze perché, tornando alla domanda iniziale “una chiesa evangelica è un luogo sicuro?” vorremmo che ogni persona LGBTQIA+ che si avvicinasse a una comunità evangelico-protestante potesse trovare una risposta chiara a questa domanda.

Perché non basta sapere che una chiesa si definisca protestante. Non basta sapere che si definisca evangelica. E non basta nemmeno sapere che utilizza la Bibbia come fondamento della propria fede.

Una persona LGBTQIA+ dovrebbe poter sapere, prima di entrare in una chiesa, se troverà uno spazio nel quale la propria identità sarà rispettata, se potrà parlare liberamente della propria vita e delle proprie relazioni, se il proprio percorso spirituale sarà accolto, se potrà partecipare pienamente alla vita della comunità. E, qualora non trovi in una determinata comunità protestante lo spazio di accoglienza e riconoscimento che cerca, dovrebbe poter sapere che esistono altre chiese, appartenenti alla stessa più ampia realtà protestante, che possono offrire percorsi, sensibilità e forme di partecipazione più vicine al proprio vissuto.

Per questo chiediamo che venga avviata una riflessione aperta e anche pratica a partire dalla sezione “Evangelici” del portale della Tenda di Gionata, a partire dall’uso del maschile sovraesteso. Non chiediamo che venga cancellata la complessità del mondo protestante italiano. Chiediamo, semmai, che questa complessità diventi più leggibile.

Non sappiamo ancora quale sia il modo migliore per rendere questa distinzione maggiormente visibile anche all’interno delle possibilità di ricerca offerte dal portale di Gionata. Ed è proprio per questo che questa lettera vuole essere anche una riflessione condivisa e un’apertura di discussione.

Vorremmo contribuire a costruire strumenti che rendano il più possibile accessibile la ricerca di una comunità all’interno del grande e variegato mondo delle chiese protestanti ed evangeliche presenti in Italia.

La nostra intenzione, dunque, non è tracciare confini, distribuire patenti di autenticità o rivendicare una superiorità, ma rendere visibili delle differenze che già esistono.

Perché tutte queste realtà appartengono, in modi diversi, al mondo protestante ed evangelico. Ma non tutte interpretano la Scrittura nello stesso modo e non tutte, di conseguenza, elaborano la stessa teologia dell’accoglienza.

E forse proprio questa consapevolezza può aiutare a fare un passo ulteriore: non chiederci soltanto se una chiesa sia «protestante» o «evangelica», ma che cosa significhi concretamente, per quella chiesa, essere evangelica e vivere il messaggio dell’Evangelo.

Se vorreste risponderci ed avviare questa riflessione insieme, o se avete bisogno di informazioni più specifiche sulle chiese valdesi, metodiste, battiste o luterane, sulle comunità presenti in una determinata zona o sul tipo di accoglienza e pastorale che potreste incontrare, potete contattarci alla nostra mail segreteriarefo@gmail.com: saremo felici di aiutarvi a orientarvi.

A nome della Segreteria REFO+, Emma Ascoli Co-Presidente

Fede, genere e sessualità: il Sinodo della Chiesa Evangelica Valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi approva due nuovi atti sui temi LGBTQIA+

Il Sinodo, facendo proprio l’atto 12 della CDI che richiama il percorso compiuto negli anni dalle chiese e dai circuiti sulle tematiche LGBTQIA+, guarda all’Europride 2027 di Torino come a un’occasione per rendere visibile una testimonianza evangelica fatta di accoglienza, solidarietà e riflessione etica e teologica.

Tra gli impegni approvati, inoltre, la promozione di percorsi di formazione e sensibilizzazione per costruire spazi ecclesiali esplicitamente e concretamente sicuri (safe spaces) per le persone transgender, insieme all’adozione di un linguaggio inclusivo e rispettoso nelle liturgie, nella predicazione e nella comunicazione istituzionale, nel rispetto del nome eletto e dei pronomi indicati dalle persone.

Due passaggi importanti, che raccolgono e rilanciano un cammino portato avanti da tante persone e realtà della nostra Chiesa.

Alla base, una convinzione semplice e radicale: ogni essere umano è creato a immagine di Dio e amato in modo unico e irripetibile.

Gli atti sono stati proposti da Emma Amarilli Ascoli, Co-Presidente REFO+ Rete Evangelica Fede Orientamenti e generi, e Daniela Di Carlo coordinatrice della Commissione Fede Genere Sessualità (FEGESE).

Ne parla in particolare Agenzia stampa NEV – notizie evangeliche.

Foto: Pietro Romeo

Camaiore: REFO+ esprime dolore e preoccupazione per il duplice omicidio. Femminicidio e omolesbobitransfobia continuano a mietere vittime.

La Rete Evangelica Fede, Orientamenti e generi (REFO+) esprime profondo dolore e sgomento per quanto avvenuto a Camaiore, dove un uomo ha ucciso a colpi d’arma da fuoco la moglie e il figlio, per poi dichiarare agli inquirenti: «Mi sono liberato di loro».

Di fronte a una tragedia di tale portata, non bastano più parole come “agghiacciante”. È necessario interrogarsi sulle radici culturali e sociali della violenza che continua a colpire donne e persone LGBTQ+, anche nel nostro Paese.

Secondo quanto emerso dalle cronache, il giovane era omosessuale e coltivava il sogno della musica. La madre avrebbe più volte cercato di proteggerlo. Se tali ricostruzioni saranno confermate, ci troveremmo ancora una volta davanti all’intreccio tra violenza di genere, possesso patriarcale e rifiuto della diversità.

Questo non accade in Paesi lontani, dove l’omosessualità è ancora perseguita dalla legge, ma in Italia, nel cuore della Toscana. È il segno che il patriarcato, il machismo, l’omolesbobitransfobia e la cultura del possesso non sono fenomeni marginali, ma realtà ancora profondamente radicate nella nostra società.

Quando qualcuno arriva a considerare moglie e figlio come proprietà di cui potersi “liberare”, emerge con drammatica evidenza una mentalità che nega l’autonomia, la dignità e la libertà delle persone. Una mentalità che alimenta la violenza e che continua a produrre vittime.

Come cristiani e cristiane non possiamo limitarci allo sgomento. Siamo chiamati e chiamate a testimoniare una cultura diversa, fondata sull’accoglienza, sul rispetto e sul riconoscimento della piena dignità di ogni essere umano.

Con preoccupazione constatiamo che anche nelle comunità cristiane persistono talvolta forme di machismo e di omolesbobitransfobia, spesso giustificate da interpretazioni letteralistiche delle Scritture. Per questo riteniamo necessario continuare un lavoro di riflessione biblica, teologica e pastorale che rimetta al centro il messaggio evangelico dell’amore e della liberazione.

Le parole dell’apostolo Paolo restano per noi una guida:
«Perciò, nessuno riponga il suo vanto negli uomini. Tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il cosmo, la vita, la morte, le cose del momento presente come quelle che stanno per avvenire; tutto è vostro, ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Corinzi 3,21-23).

La REFO+ al Roma Pride

Anche quest’anno la REFO+ (Rete Evangelica Fede, Orientamenti e Generi) ha partecipato al Roma Pride, sfilando insieme all’associazione cattolica Mosaiko e alla Chiesa Episcopale di San Paolo entro le Mura.
La nostra presenza risponde ad un duplice impegno: da un lato testimoniare che né le Scritture, lette con un approccio storico-critico, né Dio condannano alcuna persona per il proprio orientamento sessuale o per la propria identità di genere. Dall’altro, sostenere tutte quelle rivendicazioni per i diritti che lo Stato italiano continua a non riconoscere. La partecipazione della REFO+ all’Onda Pride si inserisce in un percorso che portiamo avanti da decenni nelle nostre comunità di fede. La Chiesa Valdese – Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi – infatti, già nel 2010, ben cinque anni prima dell’approvazione delle unioni civili, riconosce la benedizione (che nella teologia riformata è equiparata al matrimonio, non essendo quest’ultimo un sacramento) delle coppie dello stesso sesso. Anche le chiese battiste italiane hanno intrapreso un importante cammino di riflessione e, pur nel rispetto della struttura congregazionalista, l’Assemblea dell’UCEBI nel 2016 ha incoraggiato le comunità a essere sempre più inclusive e ad accompagnare con responsabilità e discernimento anche la benedizione delle unioni di coppie LGBTQ+.
Nel dibattito che precedette queste scelte emerse una domanda importante: è giusto che la Chiesa si faccia portatrice di un riconoscimento che lo Stato ancora non prevede? Sedici anni dopo, la nostra risposta resta la stessa: sì. Continuiamo a credere che le chiese possano e debbano essere voce profetica, sostenendo quei diritti che ancora attendono pieno riconoscimento, dal matrimonio egualitario alla genitorialità per tutte e tutti, fino al pieno e reale riconoscimento di ogni identità.

Per questo continuiamo a sfilare durante l’Onda Pride: perché fede, giustizia e diritti non sono realtà in contrapposizione, ma parte di un unico impegno per la dignità di ogni persona in risposta alla chiamata Evangelica.

Appuntamenti del 17 maggio

Da quasi vent’anni, intorno al 17 maggio — giorno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali — comunità cattoliche e protestanti, in particolare battiste, metodiste e valdesi, organizzano in tutta Italia veglie di preghiera e momenti pubblici di riflessione e testimonianza.

Sono occasioni in cui si afferma con forza che ogni persona è creatura di Dio, portatrice di una dignità che nessun orientamento sessuale o identità di genere può negare o diminuire. Momenti in cui le differenze vengono riconosciute come dono e ricchezza, e in cui si denuncia il peccato di ogni discriminazione omolesbobitransfobica, scegliendo concretamente di costruire comunità accoglienti, giuste e aperte.

La puntata del Culto Evangelico di domenica 17 maggio è interamente dedicata alla giornata mondiale della lotta contro l’omolesbobitransfobia!

All’interno della Chiesa Valdese – Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi – e dell’UCEBI – Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia, la Commissione Fede, Genere e Sessualità lavora da anni insieme a Rete Evangelica Fede Orientamenti e Generi +(R.E.F.O.+) alla preparazione di materiali liturgici e strumenti condivisi per sostenere comunità, gruppi e territori nell’organizzazione di queste iniziative, diffusi anche grazie alla collaborazione con La Tenda di Gionata.

Le veglie non sono un punto di arrivo, ma una tappa di un cammino continuo: fatto di ascolto, formazione, relazioni, progetti locali e nazionali, reti ecumeniche e percorsi concreti di inclusione, spesso sostenuti anche attraverso i bandi dell’8xMille valdese.

Condividiamo qui tutte le locandine degli appuntamenti che la segreteria REFO+ ha organizzato: segni diversi di una stessa speranza, diffusa in più città e comunità.

ROMA
ALBANO LAZIALE
COSENZA
MILANO

Queerness & Spiritualità

Carə sociə,

abbiamo ricevuto con grande piacere la notizia di un evento dedicato ai temi della queerness e della spiritualità, organizzato da Cassero LGBTQIA+ Center, Cassero Giovani e Liberamente LGBTQIA+ Center.

L’incontro si terrà il prossimo sabato 28 marzo a Bologna,
presso il Cassero LGBTQIA+ Center Groud Floor.

Desideriamo condividere questa iniziativa a livello nazionale e invitare tuttə coloro che ne hanno la possibilità e il desiderio a partecipare.

Di seguito riportiamo la descrizione dell’evento a cura delle realtà organizzatrici.


Questo dialogo sul rapporto tra il mondo queer e la spiritualità nasce dalla riflessione di quanto come persone queer ci siamo spesso non sentite a casa nell’abitare spazi dedicati alla spiritualità. Con l’aiuto delle nostre ospiti, condivideremo i nostri vissuti ed esploreremo alcune delle opportunità che abbiamo per esplorare la nostra dimensione spirituale continuando a sentirci a casa.

Ne parleremo con:

  • Daniele Bouchard, pastore della Chiesa Evangelica Valdese;
  • Gloria Pellegrino e Francesco De Conno, parte di In cammino – gruppo cristianɜ LGBT+ Bologna;
  • Majid Capovani, attivista queer kemetista-musulmano;
  • Massimiliano Grieco e Michele Indiano, membri dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai;
  • attiviste atee/agnostiche impegnate sul tema della spiritualità.


(https://cassero.it/)

Incontro di dialogo ecumenico a Milano tra il gruppo protestante LGBTQ+ Varco e la chiesa anglicana

[di Emanuele Crociani, coordinatore Varco]

Anche quest’anno il Varco, sezione milanese della REFO+, ha organizzato un incontro con un’altra chiesa cristiana: dopo i cattolici nel 2024 e i luterani nel 2025 quest’anno è stato il turno della chiesa anglicana.

Cosa fanno un italiano, un tedesco e un inglese quando si incontrano in una chiesa? Può sembrare l’incipit di una barzelletta, ma la risposta è seria: fanno un incontro ecumenico. Ma partiamo dall’inizio.
Tutto cominciò da uno spiacevole malinteso, nato durante un incontro del Consiglio delle Chiese Cristiane di Milano, tra un rappresentante battista e uno anglicano. Ma il desiderio di ricucire era più forte, così Bob Bouygue mi ha chiesto se si potesse fare un incontro tra le due comunità. Idea molto bella, ho pensato, ma difficile da realizzare. Personalmente mi sono chiesto: “io cosa posso fare?” Capisco che l’ecumenismo deve partire da sè e allora propongo a Bob un incontro con il gruppo LGBTQ+ milanese che coordino, il Varco. Già in passato aveva organizzato incontri simili, con gruppi LGBTQ+ cattolici e membri della chiesa luterana-riformata. Quest’anno ascolteremo gli anglican£.
E così il 22 Febbraio il pastore luterano Klaus Fuchs, vice coordinatore del Varco, ci accoglie nella sua chiesa offrendoci thè e caffè in eleganti tazzine con dei pasticcini, creando un clima sereno e gioviale. Presenti altri membri del Varco (tre battist3 e due valdes3) e quattro fedel£ della chiesa anglicana. Un gruppo piccolo che ha permesso un vero dialogo, ricco e genuino. Abbiamo iniziato dalla Bibbia, con la lettura da parte della pastora valdese Daniela Di Carlo di Efesini capitolo 4, brano proposto per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, il cui versetto centrale recita così “Uno solo è il corpo, uno solo lo spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamato”.
Essendo coordinatore del Varco, ho aperto l’incontro, commentando la metafora paolina del corpo: il corpo come equilibrio psicofisico, come comunità, come chiesa, come pluralità ecumenica e come coesistenza delle diversità (tra cui quelle LGBTQ+). Quindi ci siamo presentati, perché non c’è conoscenza più vera che non parta dalla vita della gente: diverse persone, con molte vocazioni, che in varie chiese formano un corpo solo guidat3 da Cristo. Dopodichè i pastori presenti, cioè la battista Antonella Scuderi, la Valdese Di Carlo e il luterano Fuchs, assieme a Bob Bouygue rappresentante della chiesa anglicana, hanno inquadrato gli aspetti salienti telogici e di struttura delle proprie chiese, con un focus infine sul dibattito riguardo la situazione delle persone LGBTQ+ nella chiesa anglicana e nelle chiese protestanti italiane.
E’ stato dunque un incontro approfondito, con vere domande e vere risposte, un esempio di un ecumenismo “dal basso”, che ci ha portati a capire molto di più su di noi e sulla chiesa anglicana.
Gli incontri del Varco sono mensili e i prossimi temi che affronteremo sono il futuro delle persone queer nelle chiese e i testi biblici sui miracoli di Gesù.

Veglia ecumenica LGBTQIA+

La sera del 20 gennaio a Roma, nell’ambito della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, si è svolto un evento che può essere considerato una prima assoluta nel panorama ecclesiale italiano: il primo incontro di preghiera per l’unità dei cristiani promosso insieme da gruppi LGBTQ+ appartenenti a diverse confessioni cristiane. Un gesto semplice ma carico di significato, che ha intrecciato fede, esperienza e desiderio di comunione, mostrando in modo concreto che l’ecumenismo non è solo un tema teologico, ma una pratica vissuta.

L’incontro è stato ospitato dalla chiesa battista di via del Teatro Valle e ha coinvolto credenti provenienti dal mondo cattolico (Associazione Ramo del Mandorlo), dalla chiesa episcopale anglicana (chiesa di St. Paul’s Within the Walls) e dalle chiese protestanti metodiste, valdesi e battiste (REFO+ gruppo di Roma). Alla preghiera hanno preso parte persone LGBTQ+ e altre e altri credenti, uniti dal desiderio di vivere un momento ecumenico senza rimuovere le differenze, ma attraversandole insieme.

L’introduzione della celebrazione ha subito chiarito il senso profondo dell’incontro, richiamare l’orizzonte di una unità intesa non come dato acquisito, ma come promessa e responsabilità condivisa. Un’unità che non coincide con l’uniformità, ma che nasce dall’azione dello Spirito, capace di tenere insieme storie, differenze e percorsi ecclesiali diversi in un unico corpo vivo.

La liturgia, pensata in chiave profondamente interconfessionale, ha alternato momenti di canto dalla tradizione ecumenica ad altri propri delle singole confessioni, creando un clima di ascolto reciproco e di riconoscimento. Al centro della celebrazione, tre momenti di meditazione, affidati ai diversi gruppi LGBTQ+ presenti, che hanno lavorato a partire da un unico riferimento biblico: il versetto di Galati 3,28.

Ogni gruppo ha scelto di concentrarsi in modo esclusivo su uno dei binomi contenuti nel testo paolino: “giudeo e greco”, “schiavo e libero”, “uomo e donna” cercando di ricostruire il significato storico e teologico che quelle categorie avevano nel contesto delle prime comunità cristiane, per poi interrogarle alla luce dell’oggi.

Pur non conoscendo in anticipo il lavoro degli altri gruppi, con sorpresa e commozione le tre meditazioni si sono rivelate profondamente complementari. Prospettive diverse che, accostate, hanno dato forma a un’unica riflessione sull’annuncio paolino di un’appartenenza che non si fonda sulle differenze, ma sull’essere in Cristo. Un segno concreto di come la diversità non sia un ostacolo all’unità, ma possa diventarne una via autentica e feconda.

In un tempo segnato da polarizzazioni, chiusure identitarie e ferite ancora aperte, l’incontro di ieri sera ha mostrato che è possibile pregare insieme, ascoltarsi e riconoscersi fratelli e sorelle, anche partendo da storie personali ed ecclesiali profondamente differenti.
Un piccolo passo, forse, ma carico di una promessa: quella di una comunità che si lascia guidare dallo Spirito, capace di riconoscere la sua presenza anche in cammini incompleti e differenziati, e di vivere l’unità non come uniformità imposta, ma come comunione generata dall’ascolto reciproco.


Nella foto da sinistra a destra: Eliad Dias Dos Santos (pastora metodista), Francesca Zoccali, Massimo Albano, Irene Grassi, Conner Drennen, Simone Caccamo (pastore battista)

“Alfredo Ormando Altre poesie e prose d’impegno civile”

Autore: Piero Montana

Il 27 novembre c.m. sarà disponibile nella libreria Interno ’95 di Bagheria e nelle librerie Antigone di Roma e Milano il nuovo libro di Piero Montana “Alfredo Ormando Altre poesie e prose d’impegno civile”

Alfredo Ormando, scrittore gay nisseno, il 13 gennaio del ’98 si diede fuoco in piazza San Pietro a Roma per protestare contro la Chiesa Cattolica e la sua tradizionale morale repressiva nei confronti dei gay. Morirà in ospedale dopo 9 giorni di agonia, ma il suo gesto secondo la Santa Sede è quello di un alienato, di un uomo con forti problemi psichici. Solo dopo un anno dal suo suicidio l’autore di questo libro scopre tra le carte di Ormando la sua lettera autografa datata Natale ’97 e riservata ai posteri. In tale lettera Ormando scrive: << … penseranno che sia un pazzo perché ho deciso Piazza S. Pietro per darmi fuoco, mentre potevo farlo anche a Palermo. Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando al contempo la natura, perché la omosessualità è sua figlia.>>. Massimo Consoli, fondatore del movimento gay italiano, nel suo libro “Ecce Homo L’omosessualità nella Bibbia”, impropriamente, in una dedica, definisce Ormando martire pagano, ma lo scrittore nisseno di fede cattolica era stato in gioventù anche in convento, uscendone tuttavia presto, disgustato dall’ipocrita moralismo di sacerdoti e frati. Lo racconta egli stesso nel suo solo, tra i suoi tanti inediti, romanzo pubblicato in vita, Il Fratacchione e ripubblicato dopo la sua morte con una prefazione dello stesso Montana, unico fino ad oggi studioso di tutta l’opera di Ormando.

Le poesie e le prose, gli articoli sullo scrittore gay nisseno, già pubblicati nel mensile Babilonia e on line da Arcigay nazionale ma anche da diversi siti religiosi, ad eccezione della prefazione (1998) al Fratacchione, che in questo libro sono raccolti, sono stati scritti nel periodo (1999-2015) in cui l’autore é stato consulente, sotto diverse sindacature, del sindaco per la realtà omosessuale della città di Bagheria.

Esse testimoniano tutte dell’impegno culturale e politico, nella lotta all’intolleranza e al pregiudizio antigay, impegno volto alla salvaguardia della dignità delle persone glbtq, che l’autore, uno dei fondatori nel lontano 1976 del Fuori! Di Palermo (Movimento di liberazione omosessuale) in tutta la sua vita non ha mai dismesso. Il libro ha una prefazione dell’Arcivescovo Giovanni Climaco Mapelli, dal 2006 Vescovo di una Chiesa di origine orientale ortodossa, che porta il nome di Chiesa Cristiana Cattolica Apostolica, che accoglie anche divorziati e risposati (secondo l’antica tradizione) e le coppie omosessuali, alle quali viene conferita la benedizione delle nozze. In appendice al libro viene pubblicata con materiale di documentazione un’intervista all’autore di Luca Locati Luciani per CulturaGay.it

Piero Montana (Bagheria-1950), poeta, gallerista e scrittore, attivista gay, consegue un dottorato in Filosofia nel 1975. Nel ’76 fonda con altri il Fuori! di Palermo, e nello stesso anno riceve da Massimo Consoli il premio Triangolo Rosa Pier Paolo Pasolini per una sua raccolta clandestina di poesie autobiografiche, “Breve Rosario di Sodoma”, che sarà pubblicata con altri suoi libri di poesia “W.C.”, “L’Angelo perverso”, “Estasi, “Sodoma Divinizzata” e “I Canti della lue” solo nel 2015. Nominato nel 1999 consulente del sindaco per la realtà omosessuale della città di Bagheria, si interessa anzitutto del caso Ormando. A questo suo interessamento infatti si deve se le opere dello scrittore gay nisseno si trovano oggi tutte custodite nella Biblioteca Comunale “Francesco Scaduto” di Bagheria, dove più agevolmente le ha potuto consultare per scrivere gli unici articoli che si sono occupati con la dovuta attenzione e serietà della vita e dell’opera di Ormando.

Non si cura una malattia che non è

Dibattito sulle pseudo-terapie riparative nei confronti dell’omosessualità

Domenica 21 settembre a Milano si è svolto un incontro organizzato dalla Rete evangelica fede, orientamenti generi (Refo+) e dall’associazione “Per i diritti umani” dedicato al tema delle pseudo-terapie riparative nei confronti dell’omosessualità. Tenutasi alla Casa dei diritti, sede laica, la tavola rotonda, moderata dai rappresentanti delle due associazioni Emanuele Crociani e Filippo Cinquemani, ha visto gli interventi di Federico Ferrari, psicoterapeuta esperto nel dare supporto psicologico a persone LGBTIAQ e co-autore del libro Curare i gay? Oltre l’ideologia ripartiva dell’omosessualità; e di Daniela Di Carlo, pastora della chiesa valdese di Milano valdese e teologa esperta in teologia queer, attualmente co-presidente della Commissione Fede Genere e Sessualità delle chiese battiste, metodiste e valdesi. Presente con una testimonianza anche Rosario, attivista cristiano LGBTQ.

La REFO+ organizza molte iniziative in tutta Italia, soprattutto nelle chiese, per il pieno riconoscimento e valorizzazione di tutte le identità LGBTIAQ, con convegni e tavole rotonde, gruppi di studio biblici e momenti di preghiera, presidi e manifestazioni. “Per i Diritti Umani” organizza incontri pubblici, corsi presso istituti scolastici e incontri con autori. Entrambe le associazioni hanno un proprio sito internet con interviste, articoli e recensioni. Con questo evento si sono trovate a convergere sul benessere mentale delle persone LGBTIAQ. Ne è nata una intervista con Emanuele Crociani, della chiesa battista di Milano – via Pinamonte da Vimercate e co-presidente della Refo.

Ecco la versione integrale dell’intervista, pubblicata in forma ridotta su “Riforma”.

1) Innanzitutto in che cosa consistono queste “terapie” e in quali ambiti vengono applicate (religioso e/o medico?)? Ma… l’omosessualità non era stata depennata dall’elenco delle malattie mentali secondo l’Oms?

Le “terapie” riparative consistono in una serie di trattamenti molto diversi tra loro, che utilizzano alcune nozioni provenienti dalla psicologia in modo però del tutto improprio. Queste pseudo-terapie sono nate quando ancora si considerava l’omosessualità una malattia da curare, ma già dagli anni ’90 la comunità scientifica ha abbandonato questa vecchia visione perché ha notato che è errata. Perciò le terapie riparative sono antiscientifiche, inefficaci e dannose. I mezzi proposti per “guarire” sono i più diversi: colloqui con padri spirituali e sedute di gruppo, repressione dell’erotismo, prove di virilità/femminilità, svalutazione dell’aspetto corporeo della sessualità, autoconvinzione, molestie, demonizzazione dell’omosessualità, sottili intimidazioni. Al giorno d’oggi gli ordini professionali dei medici e degli psicologi hanno un codice deontologico che vieta loro di praticare queste terapie, ma essendo solo un codice deontologico ci sono alcune scappatoie e un sistema di sanzionamento blando e graduale. In qualche stato sono state perciò proibite per legge, purtroppo non in Italia.
Ormai chi sostiene queste pseudo-terapie sono soprattutto persone in ambienti religiosi, che stentano a riconoscere la “verità scientifica” contrapponendola alla “verità biblica”. La contrapposizione può avvenire in modo esplicito, e allora si citano versetti che “smentiscono” la scienza; oppure in modo implicito, ribadendo come più importante di ogni cosa il concetto che l’omosessualità è un “peccato da estirpare”. Teniamo anche conto che molte terapie riparative, invece di negare la scienza tout court, preferiscono rifarsi alle vecchie teorie scientifiche del diciannovesimo secolo, giudicando il progresso scientifico moderno “sbagliato” e “ideologico”.

2) Dicevamo che in Italia forse non se ne parla ancora così tanto: ma è perché non sono diffuse, o perché il nostro contesto nazionale è restio a parlare di questo così come di tanti altri temi legati alla sfera della sessualità?

Sono diffuse eccome purtroppo. Ma si praticano di nascosto. Inoltre giocano sul senso di timore e vergogna che subiscono le vittime, sulla necessaria delicatezza e sulla giusta sensibilità che hanno nell’evitare di fare outing e di produrre danni collaterali ad altre persone o istituzioni religiose coinvolte. Per questo non se ne parla. Non se ne parla perché sono sponsorizzate anche da persone ben inserite in un reticolo di rapporti in comunità e strutture che incutono un certo rispetto a cui le vittime stesse non vorrebbero causare danno (es. movimenti spirituali ecclesiali, seminari, chiese, pastori carismatici…). Non se ne parla anche poiché spesso parte dell’associazionismo LGBTQ disprezza a tal punto la religione da disprezzare la vittima di una terapia riparativa sostenendo che “se la sia andata a cercare” e che “magari è ora che impari la lezione”. Di sessualità si parla anche troppo, mentre di scienza e di religione assai meno.

3) L’incontro si è tenuto in presenza alla Casa dei Diritti (v. Edmondo de Amicis 10) a Milano, ma anche in diretta online. Chi ha partecipato, quale risposta c’è stata? Dai partecipanti sono emerse testimonianze, osservazioni, richieste?

Hanno partecipato parecchie persone, componendo un pubblico molto variegato che è riuscito a riempire la piccola sala. Le associazioni organizzatrici, la REFO+ e Per i Diritti Umani, hanno entrambe mobilitato i propri soci e simpatizzanti. Ho notato che alcuni miei amici e colleghi, che difficilmente vengono alle altre iniziative REFO+, sono venuti, trovando particolarmente meritevole questa iniziativa. Un po’ di delusione dall’associazionismo laico LGBTQ+ e dalla politica. Ma essendo la sala piena, l’evento è stato un successo, inoltre, qualcuno ha anche seguito online. Credo fossimo una quarantina di partecipanti in totale. Le domande dal pubblico erano davvero molte e molto diverse tra loro.

4) Se non sbaglio c’è stata una testimonianza diretta di una persona che ha subito sulla sua pelle queste “terapie”… ce ne puoi parlare?

La testimonianza dettagliata di Rosario, ex-seminarista e giovane attivista cristiano LGBTQ, ha dato un senso vivo e molto concreto agli interventi di stile accademico degli altri due relatori. Ha parlato di come, durante la formazione in seminario, sia stato convinto a partecipare a un “gruppo di riparativo” lasciandogli intendere che per diventare sacerdote era un passaggio obbligato smettere di avere pensieri omosessuali. Non gli è stata presentata chiaramente come terapia. E’ stato inserito in un gruppo che si autososteneva molto nel percorso di togliere ogni traccia di erotismo dall’aspetto amoroso e da quello corporeo. Ciò lo ha portato però a una forte disistima e senso di fallimento poiché sentiva comunque l’attrazione verso lo stesso sesso, fino a desiderare di smettere di vivere. Ma la speranza c’è: ora ha trovato persone che lo hanno supportato, ha ricostruito l’autostima, iniziato a frequentare un corso universitario di filosofia, ha un compagno, un sorriso felice in volto. Insomma, non ha più vergogna a definirsi bisessuale e ad essere quello che realmente è. Inoltre ha il coraggio di testimoniare e portare avanti una visione di chiesa inclusiva.

5) Potresti dirci anche due parole di sintesi sui due interventi degli “esperti”, Federico Ferrari e Daniela Di Carlo?

In sintesi il messaggio principale dello psicoterapeuta Federico Ferrari (che sulle pseudo-terapie riparative ha scritto un libro) è che queste terapie non funzionano e anzi provocano gravi danni. Le pseudo-terapie riparative invalidano ciò che è il nucleo essenziale della persona, cioè le sue emozioni e la sua sessualità, annichilendo poi l’autostima e causando problemi psicologici. Inoltre le vittime vengono persuase che l’omosessualità derivi da difetti della figura materna (troppo accudente o troppo mascolina) oppure paterna (troppo autoritaria oppure troppo femminea), rompendo dunque il legame di fiducia con i genitori. In seguito Ferrari ha aggiunto che anche le credenze religiose fanno parte del nucleo essenziale del sé. Non si deve quindi porre in conflitto omosessualità e fede. Da un punto di vista professionale lo psicoterapeuta deve rimanere neutro e lasciare che sia il paziente a risolvere questo conflitto interiore.

La pastora valdese Daniela Di Carlo, esperta di teologia queer, considera la diversità il valore fondante delle società attuali, secondo il nuovo motto libertà, diversità, fraternità. Ha poi lanciato con forza un messaggio evangelico: l’accoglienza delle diversità, anche LGBTQ+, deve essere incondizionata, perché nessuna diversità può allontanare l’amore Dio. Ha citato a supporto di ciò gli episodi biblici di Filippo e l’eunuco e quello di Marta e Maria.

6) Quali sono i prossimi appuntamenti come Refo+ che vorresti segnalarci?

Il corso di teologia queer online avrà una lezione a breve: l’11 Novembre le teologhe Silvia Zanconato e Luisa Alioto parleranno delle donne dell’Apocalisse in chiave queer. Sarà aperto a tutt* coloro che vorranno porsi in ascolto e in dialogo, semplicemente compilando il modulo google che troverete sui nostri canali.