
Riflessione di Jane Stranz
… Due passeri non si vendono per un soldo? Eppure non ne cade uno solo in terra senza il volere del Padre vostro. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete dunque; voi valete più di molti passeri. (Matteo 10:29-31)
Una spiritualità della resistenza deve radicarsi nella speranza. Il fondamento di questa speranza è la grazia di Dio e la promessa di Cristo. Ogni uomo, donna e bambino/a della terra ha molto più valore per Dio che molti passeri e il testo dell’Evangelo ci dice che Dio si preoccupa anche di queste umili creature. Il Cristo prosegue questa immagine dicendo:”Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono contati”- dunque non occorre vivere nella paura, anche se è più facile contare i capelli di certi piuttosto che di altri (a secondo di quello che si ha in testa); il messaggio qui è che Dio ha molto più che una preoccupazione passeggera per ogni essere umano. Cristo offe questa immagine per incoraggiare i suoi discepoli ad avere fiducia negli scontri e nei conflitti della vita.
Prosper Munatsi, segretario generale del Movimento cristiano degli studenti dello Zimbabwe, è ritornato nel suo paese dopo una visita a Ginevra. Anche di fronte agli enormi problemi della popolazione egli continua a sperare, a resistere, in circostanze talvolta penose. Inoltre incoraggia altre persone a non perdere la speranza, a mantenere la speranza.
Non è facile mantenere la speranza,
è una cosa fragile e vulnerabile
può presto prendere il volo…
Voi pensate forse che i vostri nemici sono più numerosi dei vostri capelli. Questa impressione d’essere accerchiati, di essere sotto tiro può dare la voglia di non impegnarsi più. Si cade presto nel circolo della disperazione. Ma l’Evangelo ci offre la promessa che Dio si prenderà cura di noi e ci sosterrà. Questo sostegno è riconoscere che ognuno/a di noi possiede un valore e una dignità immensa. Prosper ha preso la decisione di non rimanere in silenzio ma di avanzare nella speranza. Altri, dallo Zimbabwe, al Tibet, in Myanmar e in altri numerosi paesi, decidono di non abbandonare la speranza. La loro testimonianza mi tocca molto e ci parla nel profondo di una spiritualità della resistenza, una spiritualità fondata su una speranza e una convinzione ferme, secondo le quali ogni individuo è prezioso e conta molto per il Dio dell’amore. È questa stessa speranza che ha ispirato il vescovo metodista Federico Pagura in Argentina. In piena dittatura militare, egli si è aggrappato alla speranza e alla sua fede nella dignità umana e in un Dio che ci ama e che, con grande compassione, si prende cura di ognuno/a di noi. È in questa esperienza e in questa fede che il suo magnifico inno Tenemos esperanza è radicato. Anche senza parlare lo spagnolo, queste parole e questa musica fanno molto più che bisbigliare ciò che una spiritualità cristiana della resistenza dovrebbe essere. Con il suo ritmo di tango pieno di energia, di velocità ma anche magnificamente controllato dalla disciplina della danza, questo inno ci offre un “pas de deux” del popolo. È un passo a due radicato nelle lotti attuali e future dei popoli là dove sono, là dove noi siamo.
La dittatura che hanno conosciuto certi paesi dell’America Latina è stata superata: ce ne è voluto del tempo, è stata dura e alcune famiglie portano ancora oggi il lutto dei desaparecidos di questa epoca. In Europa, la storia del fascismo o del comunismo, che sono stati superati, ci parla anche della resistenza e della speranza. La nostra vita di tutti i giorni ci parla anche molto spesso della necessità di praticare una spiritualità della resistenza ancorata alla speranza. In un disegno dell’artista britannico André Jordan si può vedere quanto la speranza è fragile: la parola “hope” è scritta su un pallone e si vede solo una mano che prende il filo del pallone-speranza con la legenda – “non lasciate andare”. Se si lascia andare, la speranza volerà via e sarà un ricordo lontano tra le nuvole. L’immagine mostra bene come ci si deve attaccare alla speranza durante la nostra vita quotidiana. L’artista riconosce ciò ad un livello molto personale. Egli disegna in parte per provare di superare una depressione acuta e cronica.
Nelle nostre differenti culture, nella nostra vita, non bisogna lasciare la presa con la speranza, affinché essa si possa radicare. È così che una spiritualità della resistenza comincerà a prendere forma nelle nostre vite, nelle nostre Chiese, nel nostro mondo. Entriamo allora nel passo a due, nel tango, nella danza popolare della speranza.
Danziamo la speranza
Manteniamo la speranza
Pratichiamo la speranza
Tenemos Esperanza!
Jane Stranz, pastora riformata, è responsabile del Servizio linguistico del Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC) a Ginevra. L’articolo è tratto dal trimestrale “Monitor” della Conferenza delle chiese europee (KEK, Ginevra), n. 63, settembre 2008.
Traduzione di Valentino Coletta.

