Archivi categoria: spiritualità

“Perché essere felice se puoi essere normale?”

La rivoluzione delle vite queer nella teologia cristiana

Perché come cristian* vogliamo approfondire le teologie queer?

Come l’esperienza delle vite queer può aiutare ad affrontare l’intricato intreccio delle ingiustizie economiche, etniche, sessuali e di genere?

Risponderemo a queste domande insieme nel primo ciclo di incontri da aprile a giugno insieme alle pastore e teologhe valdesi Daniela di Carlo e Letizia Tomassone e al pastore battista Luca Maria Negro.

Il primo ciclo di webinar si svolgerà ogni primo martedì del mese e sarà aperto a tutt* coloro che vorranno porsi in ascolto e in dialogo, semplicemente compilando il modulo che troverete sui nostri canali.
Ad ogni incontro – per chi vorrà – seguirà un piccolo gruppo di approfondimento sul tema trattato, online o in presenza, in cui poter condividere le proprie esperienze e riflessioni e contribuire alla redazione di un breve resoconto da pubblicare.

Martedì
1 aprile 2025
ore 20:30

Nel primo incontro affronteremo La lettura queer dei racconti di creazione (Gen 1-3) insieme alla pastora e teologa valdese Daniela di Carlo.

Qual è il significato della creazione dicotomia con cui si apre il libro di Genesi? È da considerarsi in senso prescrittivo e in contrapposizione? E come interpretare allora quel duale “a nostra immagine lo creò”?

Il percorso è aperto a tutt* coloro che vorranno porsi in ascolto e in dialogo, semplicemente compilando questo modulo.

Martedì
6 maggio 2025
ore 20:30

In questo secondo incontro tratteremo di uno degli argomenti più fraintesi della storia dell’Antico Testamento: qual è il comportamento per cui viene punita la città di Sodoma? Con una Lettura speculare di Genesi 18 e 19 il pastore battista Luca Maria Negro ci guiderà nell’analisi del racconto biblico alla scoperta “della vera sodomia, ovvero la xenofobia”.

Il percorso è aperto a tutt* coloro che vorranno porsi in ascolto e in dialogo, il modulo verrà presto pubblicato su tutti i nostri canali e quelli di Cammini di Speranza.

Martedì
3 giugno 2025
ore 20:30

In questo ultimo incontro prima della pausa estiva vogliamo iniziare ad analizzare la “queerness” di Gesù. Letizia Tomassone ci presenterà una riflessione sulla “La forza della Parola che rovescia i ruoli” andando quindi a rivelare come la figura e l’agire di Cristo si siano volti al rovesciamento della struttura patriarcale. L’intento è di far risplendere il significato di “queer” non (solo) come sinonimo di LGBTQIA+, ma nella sua più intrinseca essenza di “eccentrico rispetto alle definizioni di normalità codificate” e – aggiungiamo – oppressive.

DANIELA DI CARLO è pastora titolare della Chiesa Valdese di Milano e si occupa di teologie
ecofemministe e di genere. Coordina la Commissione nazionale Fede Genere Sessualità ed è nel
comitato di presidenza del Forum delle Religioni di Milano. Ha una laurea magistrale presa alla
Facoltà Valdese di Teologia, ha studiato allo Union Theological Seminary di New York (NY) e ha
diretto il Centro di formazione Ecumenico di Agape nelle Valli valdesi.
Ha partecipato alle opere collettive La Parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi,
Claudiana 2007; Un vulcano nel vulcano. Mary Daly e gli spostamenti della teologia, Effatà 2012;
Giustizia di genere. Una nuova visione, Testi dell’Agenda Latino americana mondiale 2018;
Gli animali che ci servono. Antologia di testi sulla questione animale, Farina Editore 2018; Quali
segni e prodigi Dio ha compiuto per mezzo di loro. V Forum italiano dei cristiani LGBT, Viator 2019; Donne di Parola. Pastore, diacone e predicatrici nel protestantesimo italiano, Nerbini 2020; Religioni e animali, Claudiana 2020; Il fine vita. Etiche, normative e religioni, IPC 2024
Collabora alla rubrica Culto Radio su Rai radio uno.
Fa parte della Commissione Justice Peace & Integrity of Creation del Consiglio delle Chiese
Cristiane di Milano (CCCM) e si occupa di formazione interreligiosa delle e degli operatori sanitari con il gruppo Insieme per Prenderci Cura (IPC).

LUCA MARIA NEGRO, pastore evangelico battista e giornalista, ha diretto il mensile ecumenico
“Confronti”, l’agenzia stampa NEV – Notizie evangeliche e il settimanale “Riforma”.
È stato responsabile delle comunicazioni della Conferenza delle chiese europee, segretario
esecutivo e poi presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

LETIZIA TOMASSONE classe 1957, ha fatto parte della seconda generazione di donne
protestanti riconosciute al ministero pastorale nella Chiesa Valdese. Ha svolto il suo pastorato a
Genova, Verona, La Spezia e Carrara, Firenze, e attualmente è a Napoli. Negli anni ’90 ha diretto il Centro ecumenico di Agape (TO) seguendo in particolare i campi donne dove si sviluppava un
dialogo intenso con il “pensiero della differenza” e i campi su fede e omosessualità. Dal 2010 è
incaricata del corso di Studi femministi e di genere alla Facoltà valdese di teologia di Roma, dove nell’ultimo semestre ha tenuto un corso sulle teologie queer.
Ha studiato a Roma, a Montpellier (Francia) e a Berkeley (California). È tra le socie fondatrici del
Coordinamento delle Teologhe Italiane (CTI).
Impegnata nella pratica teologica delle donne per la trasformazione delle chiese, ha colto negli
eco-femminismi quella spinta al tessuto unitario del creato che mantiene in una rete interconnessa tutte le differenze, superando una logica di contrapposizione. Compassione, tensione alla giustizia e curiosità caratterizzano i suoi studi.
Tra i suoi scritti: “LE FORME DELL’AMORE Un confronto teologico fra le principali confessioni
cristiane”, Letizia Tomassone, Giovanni Del Missier , Basilio Petrà – Edizioni Paoline, 2023. “Di
quale genere è Dio?” in Credere Oggi 5/2023 n. 257 p.66-78. “Il percorso delle chiese protestanti
con le persone LGBTQ+” in Credere Oggi 1/2023 n. 253 p.87-100. “La disobbedienza è una virtù
per le donne. Pratiche di libertà femminile”, in Paola Cavallari ed., Non sono la costola di nessuno, Il Segno dei Gabrielli 2020.

le chiese protestanti e le persone LGBTQ+

La REFO due chiachhiere con Giorgio Rainelli

Giovedi Queer
 
Nascita della REFO: cosa c’era prima? Chi ha dato vita al movimento che ha portato alla sua nascita?
 
La REFO-Rete Evangelica Fede e Omosessualità nasce nel 1998 in seguito ad un incontro del tutto casuale a Torre Pellice durante i lavori dell’assemblea della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia del novembre 1997. La REFO ha ereditato il percorso di Capernaum, un gruppo nato nell’ambito delle chiese valdesi delle valli qualche anno prima che aveva iniziato a proporre i temi della sessualità, della omossualità e dei rapporti tra fede, chiese ed omosessualità all’interno delle chiese delle valli valdesi. Capernaum era stato  creato  da un gruppo di giovani valdesi ed ha svolto la sua attività tra  le valli e Torino.
L’idea era scattata per caso l’anno precedente durante un viaggio che avevamo fatto io e Luca Negro a Berlino per andare a trovare un nostro amico, Johannes. Era il 1° dicembre; giornata mondiale di lotta all’AIDS ed anche un giorno di festa per l’incontro delle Drag Queen tedesche che si teneva in città. Quel giorno nel duomo (evangelico) di Berlino c’era un culto dedicato alle vittime dell’AIDS e siamo andati pensando che ci fosse poca gente ed invece…  il duomo era strapieno: gay, lesbiche, trangender, madri e padri che accompagnavano i figli e le figlie LGBT al culto tenendosi sotto braccio e sorridenti. E il culto presieduto da  due pastore e due pastori in toga e stola rainbow. Io ero lì con gli occhi sgranati e quasi piangevo per  l’emozione: era la prima volta che mi trovavo immerso in una folla di evangelici. non minoranza finalmente, e nel duomo di Berlino e durante un culto esplicitamente dedicato a persone lgbt e presieduto da pastore e pastori lgbt; non capivo una parola tranne che la predicazione era incentrata sull’esperienza del deserto ( wüste) come metafora della vita, della riflessione intima e della solidarietà. Poi la Cena del Signore, tutte e tutti che in fila si avvicinavano al tavolo, appunto padri e madri con figli e figlie sottobraccio, coppie di persone omosessuali che si tenevano per mano e a un certo punto dal fondo del tempio, in mezzo alle altre persone, cinque Drags vestite da suore, avete presente le suore degli ospedali col cappello a falde larghe? Sì, proprio loro, ma in minigonna, che tranquille vanno verso il tavolo della Santa Cena e prendono pane e vino dalle mani della pastora e senza batter ciglio tornano al loro posto. Ecco immaginate la scena e il mio sogno ad occhi aperti: se è possibile a Berlino perché non in Italia? Perché non nelle nostre chiese?”
Ripensando a questa esperienza e parlandone con qualche amico e amica a Torre Pellice ci incontriamo Luca Negro, Henry Olsen, Antonio Feltrin, forse Luciano Kovacs e qualche altro nella sala vicino al tempio di Torre; Henry già aveva in mente qualcosa, e nasce la REFO. Un momento per noi semplice come bere un bicchier d’acqua; neanche  immaginavamo cosa sarebbe successo dopo.
Chi ha realmente spinto, organizzato le cose e le persone per la nascita della REFO è stato Henry Olsen. Penso che senza di lui non sarebbe nata la REFO, non sarebbe cresciuta, le sue idee, il suo contributo, il suo impegno sono stati unici e fondamentali per la sua costruzione, il suo percorso  la sua crescita, dobbiamo tutti e tutte noi persone impegnate nelle REFO dirgli grazie.
 
Qual è stato il percorso che ha portato all’approvazione d
ell’odg del Sinodo 2010?
 
L’OdG del Sinodo delle chiese Metodiste e Valdesi del 2010 sulla benedizione delle coppie omosessuali non è stato un fulmine a ciel sereno o un fortuito caso in quanto già da lungo tempo nell’ambito delle chiese evangeliche italiane si era affrontato il tema della sessualità ed in particolare  dell’omosessualità nelle chiese e dei rapporti tra  omosessualità e fede, di come le chiese potessero o volessero e dovessero accogliere le persone omosessuali, senza se e senza ma. Nell’Assemblea-Sinodo 2000 fu istituito un gruppo BMV (battisti, metodisti, valdesi) di lavoro sull’omosessualità  (GLOM) che produsse, forse per la prima volta, una serie di studi e schede esegetiche sui rapporti tra omosessualità e Scritture, analizzando i testi dell’Antico e del Nuovo Testamento.
Vanno ricordati ancora gli atti dell’Assemblea-Sinodo del 2007 in cui si dice a proposito dell’amore di coppia di due persone omosessuali: “che l’essere umano sia fondamentalmente un essere in relazione con Dio e con il suo prossimo e che la relazione umana d’amore, vissuta in piena reciprocità e libertà, sia sostenuta dalla promessa di Dio”. Da questa dichiarazione alla decisione sinodale del 2010 di poter benedire l’unione di coppie dello stesso sesso il salto è stato breve anche se non privo di ostacoli a volte anche solo pretestuosi e legati a cavilli burocratici.
 
Quale è stato il ruolo dellɜ alleatɜ (cioè delle persone che non si identificano come LGBTQI+ ma ne sostengono le lotte), in particolare tra i membri delle chiese BMV, in questo percorso?
 
Chiaramente  il percorso di accoglienza ed inclusione delle persone lgbt nelle chiese non è stato privo di ostacoli ma, fortunatamente, in questo percorso le persone lgbt non si sono trovate sole ma hanno trovato appoggio di pastori e pastore  e di persone senza distinzione di orientamento e/o genere sessuale; importante è stato il contributo della componente giovanile delle nostre chiese, sia in ambito pastorale che non,  e, cosa importante, molti pastori e pastore  “adult@” che senza se e senza ma hanno lottato per l’inclusione delle persone lgbt nelle chiese a tutti i livelli. Mi piace ricordare l’intervento di Giuseppe (Zizzi) Platone durante l’assemblea sinodo del  2007 in cui, con molta semplicità, ha affermato che di fronte a Dio l’amore è amore, punto; e la difesa di Anna Maffei, allora Presidente dell’UCEBI, riguardo all’indipendenza delle chiese nella scelta di un ministro di culto prescindendo dall’orientamento sessuale, di fronte alle critiche di alcuni battisti europei riguardo alla scelta di una chiesa di un pastore omosessuale. Molte sono state e sono i /le credenti che hanno contribuito a far crescere nelle chiese evangeliche l’inclusività delle persone lgbt+ spronando le comunità a passare da una tolleranza ad un’accoglienza fino ad una inclusione reale nella vita delle chiese a tutti i livelli
 
 
 
Sappiamo che sei battista. Puoi raccontarci come sono cambiate le comunità battiste nel rapporto con i credenti LGBTQI+ in questi anni? Essendo la struttura delle chiese battiste basata su un sistema congregazionalista, pensi che ci sia la possibilità che si arrivi entro breve a una posizione di accoglienza condivisa?
 
La realtà delle chiese battiste in Italia è estremamente variegata, così come nelle chiese metodiste e valdesi, in quanto le chiese non sono staccate dalla realtà sociale e ne rispecchiano le problematiche e gli aspetti, sia in positivo che in negativo. In generale si è passati da una totale “ignoranza” delle problematiche riguardanti l’omosessualità e le persone omosessuali ad una discussione più o meno aperta . Esistono comunità molto aperte che senza alcun problema accolgono ed includono persone omosessuali ed hanno pastor@ dichiaratamente  omosessuali, altre ancora che “vanno coi piedi di piombo” verso la benedizioni di unioni ed infine altre comunità chiuse alle problematiche ed alla discussione; certamente nessuna comunità e nessun credente proclamerà che una persona lgbt+ non è degna dell’amore di Dio ma….
Devo notare che molto spesso le comunità più conservatrici non conoscono persone lgbt+, o meglio non vogliono vederle, per cui per loro il problema è meramente teorico; questi atteggiamenti tendono a cambiare quando entrano in contatto con persone dichiaratamente lgbt+ che vivono serenamente la propria vita sociale e di fede. Questo atteggiamento purtroppo è rilevabile non solo nelle chiese battiste ma in tutte le realtà evangeliche italiane. Da notare che tutte le Assemblee UCEBI e tutti i documenti ufficiali condannano l’omobotransfobia e raccomandano a tutte le chiese di praticare l’inclusione fattiva senza distinzione di genere o orientamento sessuale e di partecipare alla lotta all’omobitransfobia anche organizzando culti  nella giornata del 17 maggio, giornata mondiale di lotta all’omobitransfobia.
Essendo la struttura delle chiese battiste una struttura congregazionalista gli atti delle Assemblee sono delle raccomandazioni ed al momento non hanno valore coercitivo; certo si potrebbe discutere se questo sia l’autentico congregazionalismo e se questo tipo di congregazionalismo  sia la forma migliore di organizzazione, ma questo è un altro capitolo.
Quello che mi preoccupa non poco sono invece le rivendicazioni identitarie delle chiese evangeliche, l’arroccarsi nel: “io sono valdese, io sono metodista, io sono battista”, quasi considerando defunta ogni collaborazione BMV.
Per quanto riguarda le posizioni  condivise di accoglienza di persone lgbt+ non saprei che dire,  posso solo augurarmi che le cose cambino ma dipende fortemente dal potere e dalla volontà degli esecutivi di prendere posizioni ferme riguardo a certe tematiche che al momento attuale  riguardano solo in parte l’omosessualità, che è una punta di un iceberg, ma che si estendono a visioni restrittive delle Scritture  fino ad a arrivare alla contestazione del pastorato femminile e che coinvolgono non solo le chiese battiste ma tutte le realtà protestanti italiane. Sono cose che fanno male all’animo in un mondo che dovrebbe ispirarsi all’amore di Cristo ma è inutile nascondersi sotto una coperta per altro bucata.
 
 
Negli ultimi due decenni la composizione delle nostre chiese è molto cambiata; in particolare, abbiamo oggi, tra membri e simpatizzanti, moltissime persone provenienti da altri paesi, culture e tradizioni. Quali sono stati gli arricchimenti e i limiti di questo incontro?
 
Il fatto di entrare in contatto con realtà differenti ha portato ad una deuropeizzazione delle chiese  del vecchio continente ed in particolare delle chiese italiane. Queste contaminazioni socio-culturali hanno permesso senza dubbio un arricchimento,  ad esempio sul piano liturgico e partecipativo ai culti (insomma, diciamocelo: spesso i culti protestanti italiani erano e sono un po’ tristanzuoli) ma anche, di contraltare, spesso alcune posizioni etiche e teologiche sono  meno  “liberali”. Penso che questo fenomeno sia, però, legato al fatto che la società italiana sta  facendo passi indietro, o almeno qualcuno ci sta provando, come nel caso della riproposizione di modelli patriarcali  e decisamente machisti che si riflettono nelle nostre chiese mettendo addirittura in discussione il  ministero  femminile o di persone lgbt. Con questo occorre fare i conti; insomma se nella società si propongono modelli discriminatori questo non può che riverberarsi nelle chiese.
 
Dal 2021 la Commissione Fede e Omosessualità, espressione delle chiese BMV, ha cambiato nome in Commissione Genere e Sessualità. Qual è il processo che ha portato a questo cambio di denominazione?
 
Il processo è stato naturale nel senso che ci si è res@ conto che, nonostante non siano totalmente risolti i nodi dei rapporti tra chiese, fede e omosessualità, non era più sufficiente affrontare in discorso solo da quel punto di vista. Le realtà cambiano, appaiono nuovi aspetti sia a livello teorico che, soprattutto, pratico; non ha più senso parlare di eterosessualità e omosessualità, maschio e femmina, uomo e donna tout court. Bisogna prendere atto che la sessualità e/o il genere possono essere fluidi. Non si possono tagliare fuori ad esempio le persone transgender, le loro esigenze di spiritualità e partecipazione alla vita ecclesiale. Mentre  l’accoglienza, se non l’inclusività, delle persone omosessuali è all’ordine del giorno ed il contrasto all’omofobia (almeno per essere politicamente corrett@) è un dato di fatto, restano aperti gli argomenti riguardanti l’accoglienza delle persone transgender, le interpretazioni restrittive di testi biblici, le problematiche etiche riguardanti il cambiamento di sesso (anche solo sui documenti), le difficoltà di cambiare atteggiamento e linguaggio verso  persone transgender e, ammettiamolo, una transfobia latente o spesso nascosta ma pur sempre transfobia, sia a livello di comunità che di organismi delle chiese.
Restano ancora da affrontare nelle chiese tutti gli argomenti riguardanti la gravidanza per altri, la genitorialità delle persone single e delle coppie omosessuali, l’adozione di persone singole e/o di coppie omosessuali, insomma il mare degli argomenti è vasto e non si può rinchiudere  nei paletti omosessualità e fede.

A Casa Cares – 5/7 Marzo 2010 Incontro di studio e riflessione: “Emozioni e sessualità nelle relazioni”

“Emozioni e sessualità nelle relazioni”
Casa Cares, Reggello (FI)
Al centro di questo fine-settimana di riflessione e formazione si trova la ricerca di una connessione tra libertà delle scelte relazionali e sessuali e l’approfondimento delle nostre capacità relazionali, ma anche l’indagine critica della tradizione spirituale cristiana. L’incontro è aperto alle persone di qualsiasi genere e orientamento sessuale, con l’intento esplicito di far dialogare esperienze diverse, rispettando le peculiarità di ciascuna identità, ma soprattutto lasciando emergere l’individualità relazionale di ciascuna persona.
Alcuni spunti di riflessione
“Il corpo con la sua consapevolezza gioiosa e insieme dolorosa, la sessualità, le implicazioni della dimensione fisica dell’esistenza, temi in bilico tra il piano intimo e quello politico del vivere, hanno trovato spesso in Italia come unica risposta culturale la rimozione, l’imbarazzo, o uno snobistico disinteresse.” Marco Mancassola, Il Manifesto, 4 settembre 2009.
“Noi entriamo in relazione non solo come spiriti, ma come spiriti corporei, sia che le nostre relazioni siano “fisiche” nel senso comune del termine oppure no. Siamo proprio noi che conosciamo e amiamo, e siamo conosciuti e amati. La nostra soggettività è una coscienza corporea, una corporeità cosciente, e dunque in quanto corpi noi trascendiamo noi stessi in relazione ad altri. La trascendenza non va dunque ascritta solo allo spirito, ma anche al corpo, poiché spirito e corpo sono intimamente uno.” Margaret Farley, Just Love: A Framework for a Christian Sexual Ethics (Continuum 2007, pp.129-130).

“Se gli uomini e le donne dell’oggi sentono solo emozioni forti [aggressività, passione per il potere e autorealizzazione], trascurando le emozioni deboli [amore, immedesimazione nelle esigenze degli altri, sensibilità, gentilezza…] che comunque appartengono al loro tessuto psichico, viene da chiedersi: quanto ci è dato di sentire di noi e degli altri? E di conseguenza, come è possibile rispondere alla domanda elementare sull’essere felici se è venuta meno quella sensibilità emozionale che accompagna e caratterizza i vissuti di felicità?” Elisabetta Zamarchi, Sensibilità filosofica, Come essere felici? (Apogeo/Feltrinelli editore 2009, pp.42-43).
Programma:

Venerdì 5 Marzo:
19.00 Arrivi e presentazione dei e delle partecipanti 20.00 cena
21:30 Film: Shortbus con dibattito

Sabato 6 Marzo
8:30-9:30 Colazione
9:30 “L’eros nella tradizione cristiana e nella teologia contemporanea” (Gianluigi Gugliermetto)
11:00 “Emozioni e corpo nelle dinamiche relazionali” (Elisabetta Zamarchi)
13:00 Pranzo
15:00 -17:30 Lavori guidati da Elisabeta Zamarchi
19:30 Cena
21:00 Chiacchiere attorno al fuoco

Domenica 7 Marzo
8:30 – 9:30 Colazione
9:30 -12:00 Lavori in gruppi
12:00 Momento di invocazione e culto
13:00 Pranzo
Gli incontri saranno guidati da Gianluigi Gugliermetto (teologo) ed Elisabetta Zamarchi (filosofa).
Elisabetta Zamarchi fenomenologa per formazione filosofica, ha fatto parte della comunità filosofica “Diotima” dal 1983 al 1993 e ha contribuito con i suoi articoli alle pubblicazioni edite in quegli anni. È anche co-autrice di Simone Weil, la provocazione della verità (Liguori, 1990) e ha scritto la voce “Jacques Lacan” per Filosofie nel Tempo (2006). Attualmente è docente di filosofia applicata presso la Scuola Superiore di Counseling Filosofico nelle sedi di Torino e Vicenza, e presso la scuola Metis di Napoli. Collabora con le riviste Counseling Filosofico e Ma. Partecipa come relatrice e formatrice a incontri e dibattiti organizzati da enti pubblici e privati, in particolare sul tema della perdita etica e di linguaggio delle giovani generazioni. Nel 2009 ha pubblicato (con Stefania Contesini) il libro Sensibilità Filosofica presso Apogeo nella collana “Pratiche Filosofiche”.
Gianluigi Gugliermetto ha studiato filosofia e teologia in Italia e negli Stati Uniti, dove ha anche insegnato per alcuni anni alla Woodbury University. Ha pubblicato saggi sulla teologia nordamericana e sul dialogo interreligioso. Nel 2008 ha completato il dottorato in teologia alla Claremont Graduate University in California. Si occupa prevalentemente di teologia sistematica e concepisce la propria professione come un aiuto alle comunità dei credenti per sviluppare una riflessione critica e un approccio approfondito alla tradizione cristiana. Tra i suoi temi attuali di ricerca: il desiderio e l’eros nel cristianesimo, la teologia femminista, la mistica e l’ascetica in relazione alla maschilità. Fa parte del consiglio dell’Istituto Europeo di Studi Cristiani, una organizzazione delle Chiese Episcopali/Anglicane in Europa.

Prezzo per tutto il fine settimana: 120 Euro. Include iscrizione (€ 30 anticipate e non rimborsabili), pernottamento in camera doppia o tripla (secondo l’ordine di iscrizione) e i pasti dalla cena del venerdi al pranzo della domenica. La partecipazione parziale non è consentita per ragioni inerenti alla dinamica dell’incontro (le persone di Firenze e dintorni hanno comunque l’opportunità di non pernottare/cenare; per questo tipo di partecipazione il costo, che include l’iscrizione e il pranzo di sabato, è di €50).
Informazioni e iscrizioni: ggugliermetto65@gmail.com
Casa Cares è un centro di proprietà della chiesa valdese dove si svolgono attività ecumeniche; incontri di riflessione e spiritualità e di studio. Situato nella splendida cornice delle colline toscane, a pochi chilometri da Firenze, Casa Cares un punto per la diffusione di una cultura ecologica proponendo prodotti biologici. I prezzi bassi sono possibili grazie all’impegno di Antoinette, Paul e di uno staff internazionale di volontari che si occupano dell’accoglienza degli/lle ospiti.
Per informazioni sulla Casa e su come arrivarci: http://www.casacares.it

Fotografie della celebrazione ecumenica tenutasi il 17 maggio 2009 presso la Chiesa Metodista di Roma, via XX Settembre e organizzato dalla R.E.F.O.-Rete Evangelica Fede e Omosessualità, La Sorgente, Nuova Proposta, LiberaMenteNoi in occasione della giornata mondiale per la lotta all’omofobia.

La bibbia aperta, i calici, la bandiera rainbow: tutte tutti siamo invitate e invitati alla Cena del Signore. Tutte e tutti siamo figlie e figli di dio sorelle e fratelli in Cristo unico Salvatore
La bibbia aperta, i calici, la bandiera rainbow: tutte tutti siamo invitate e invitati alla Cena del Signore. Tutte e tutti siamo figlie e figli di dio sorelle e fratelli in Cristo unico SalvatoreCristo luce del mondo

Siamo una chiesa di imbalsamatori?

Pubblichiamo il testo della predicazione tenuta durante il culto di Pasqua 2009 nella Chiesa battista di via Passalacqua, Torino da  Luca Negro

vetrata-cappellina

Sermone su Luca 23,55 – 24,11
Siamo una chiesa di imbalsamatori?

Maria Maddalena, Giovanna e Maria di Giacomo: prime testimoni e prime annunciatrici della resurrezione. A rigore, sono proprio queste donne, insieme alle loro compagne il cui nome non ci è stato tramandato, le prime predicatrici cristiane. Anche se la chiesa non ha accolto la loro predicazione: dapprima gli apostoli ritengono i loro discorsi un vaneggiare e non prestano loro fede; in seguito, la chiesa ormai gerarchizzata ricaccerà le donne nel silenzio, per secoli. Gli oppositori del pastorato femminile dovrebbero riflettere sul fatto che è proprio alle donne che viene affidato il messaggio della risurrezione, l’annuncio della novità di Dio che irrompe nel mondo spezzando tutti gli schemi: Cristo è risorto.

Eppure, prima di diventare le (inascoltate) annunciatrici della novità di Dio, in questa loro pia visita al sepolcro di Cristo le donne ci appaiono come le rappresentanti del “vecchio”: del vecchio di una comunità rassegnata ala morte del Maestro, una comunità che non sa nemmeno immaginare il “nuovo” di Dio.

Le donne vengono al sepolcro con degli aromi: unguenti, spezie profumate. Gli aromi dovrebbero servire ad ungere il cadavere di Gesù: più precisamente, ad imbalsamarlo. Imbalsamare: cospargere di balsami che servono ad arrestare o almeno a rallentare la decomposizione del corpo, e a coprirne il cattivo odore. Ecco, le donne ci appaiono come le rappresentanti di una chiesa di imbalsamatori: una chiesa che si è rassegnata alla morte di Gesù, una chiesa che in fondo si è rassegnata alla propria irrilevanza, e allora non sa far altro che imbalsamare, che stendere unguenti profumati su un corpo morto per dare l’illusione della vita. Continua a leggere

Spiritualità della speranza

1209068580_speranza1

Nella sezione “Studi biblici e riflessione” è stata pubblicata una riflessione della pastora riformata Jane Stranz : “Resistere per sperare- per un pas de deux di speranza”, tratta dai dai materiali preparatori della XIII Assemblea della Conferenza delle Chiese Europee (KEK) che si terrà a Lione dal 15 al 21 luglio 2009.

“Al di là di Dio Padre”. Riflessioni bibliche di Elisabeth Green

...

Monoteismo, maschilismo e violenza bellica si cementano a vicenda e si fondano sull’immagine di un Dio maschile, violento e patriarcale. Pubblichiamo ampi stralci della relazione che la pastora valdese Elisabeth E. Green ha presentato, su questi temi, al Convegno Internazionale “Pace e guerra nella Bibbia e nel Corano” tenutosi a Torino dal 12 al 14 ottobre 2001

Guerra e monoteismo sono realtà in cui la differenza sessuale gioca un ruolo determinante. Fino a poco tempo fa tutto l’apparato militare, gli eserciti di tutto il mondo erano realtà virili da cui le donne erano rigorosamente escluse. E la stessissima cosa possiamo affermare del monoteismo nelle sue forme istituzionalizzate. Se in alcuni settori del cristianesimo e dell’ebraismo le donne ora occupano posizioni fino a poco tempo fa riservate solo a uomini, la maggioranza delle istituzioni che si ispirano al monoteismo – chiese, moschee, sinagoghe – continua a rimanere di governo esclusivamente maschile. Anzi possiamo affermare che la differenza sessuale è una discriminante fondamentale a livello sia simbolico che sociale nelle religioni monoteistiche.
Poiché la declinazione al maschile delle realtà che ci interessano è preponderante, potrebbe venire a noi donne la tentazione di lavarcene le mani e dichiararci tranquillamente estranee a qualsiasi discorso su pace e guerra nelle religioni del libro. Preferisco non soccombere a tale tentazione. Come donne infatti ci troviamo all’interno sia delle diverse istanze del monoteismo che nei vari apparati di guerra essendoci stato assegnato un ruolo simbolico fondamentale.(…)

La nozione di un Dio declinato esclusivamente al maschile è stata oggetto di critica da parte di Mary Daly nella sua opera Al di là di Dio Padre. Semplificando al massimo, Daly (e con lei molte teologhe), opinano che la figura di un Dio maschile in cielo serve a legittimare i rapporti diseguali tra uomini e donne sulla terra. Inoltre, se come opina il sociologo francese Bourdieu, “l’atto sessuale stesso è concepito dagli uomini come una forma di dominio, di riappropriazione, di ‘possesso'”, allora si profila un nesso tra l’Iddio garante di maschilità, da una parte, e ciò che Daly chiama la Sacrilega Trinità: stupro, genocidio e guerra, dall’altra.
Se le teologhe in occidente considerano l’Iddio maschile perno di un violento ordine sociosimbolico, alcune teologhe asiatiche e africane ritengono che il problema non sia tanto la configurazione maschile di Dio quanto la sua natura esclusivista.
Come l’esperienza maschile è stata universalizzata fino a diventare la norma dell’umano tout court, così il cristianesimo è stato assolutizzato come norma di ogni fede religiosa. Kwok Pui Lan, per esempio, afferma che “una comprensione esclusivista del Cristo eleva il cristianesimo al di sopra di tutte le altre religioni ed è stata utilizzata per giustificare la conquista, la colonizzazione e persino il genocidio”. In questo modo viene prospettata l’ipotesi che monoteismo, esclusivismo, maschilismo e violenza si implichino a vicenda.

Il noto studioso tedesco Gerd Theissen sottolinea il ruolo giocato dalla maschilità nello sviluppo del monoteismo biblico. Poiché il monoteismo potesse affermarsi Dio doveva diventare veramente universale (…). Così la divinità doveva liberarsi dai legami sia con l’ambiente che con la famiglia. Dovette sorgere, cioè il Dio “senza immagini” e il Dio “senza famiglia”. (…) E’ evidente che tale Dio slegato dai legami di parentela, alienato dai processi biologici fondamentali, portatore di “valori più alti del vivere e del sopravvivere” non poteva che essere maschile. (…) Ciò che mi preme evidenziare è che la logica di tali sistemi (religiosi, ndr) è una logica sessuata secondo cui l’unico Dio viene declinato al maschile e l’Altro di qualsiasi genere, colore o fede viene declinato al femminile. (…)
Nella versione cristiana di tale regime l’uomo si rispecchia nel Dio maschile come il Soggetto Assoluto secondo la cui immagine è stato creato mentre la donna continua a differenziarsi in relazione sia a Dio che all’uomo come l’Altro. In questo modo, il femminile diventa la cifra simbolica di ogni altro Altro, cioè di qualsiasi nemico ebreo, nero, o omosessuale che sia. La violenza bellica, quindi, trae forza dalla misoginia costitutiva dell’ordine sociosimbolico patriarcale, ordine a sua volta legittimato dal Dio maschile. Vorrei portare un esempio di questa tesi prendendo in esame l’addestramento militare.
Pare che l’esercito per creare la docilità necessaria all’ubbidienza incondizionata del soldato debba trasformare i suoi maschi in “femmine”. Gli insulti urlati alle reclute, per esempio, si riferiscono alle donne e soprattutto a quelle parti dell’anatomia femminile legate alle funzioni riproduttive. Durante il combattimento, l’odio che il soldato sente verso il “femminile” dentro di sé, viene mobilitato e proiettato sul nemico il quale diventa, simbolicamente, una donna da distruggere (…). Nella Bibbia, il nesso tra discriminazione della donna e sterminio del nemico viene illuminato dal libro di Ester. Il primo capitolo infatti ci regala un quadro quasi perfetto del meccanismo dell’ordine imperiale in cui gli uomini comandano e le donne ubbidiscono.
Quando la regina Vasti si oppone all’ordine del re, rifiutando di esporsi come oggetto allo sguardo maschile, il re emana un decreto per ristabilire l’uomo come capo famiglia in ogni casa del reame. La successiva ribellione di Mardocheo viene a ricalcarsi sulla storia di Vasti cosicché il popolo ebraico assume una posizione simbolica femminile. Come tutte le donne andavano punite per la disubbidienza della regina, così tutti gli ebrei saranno puniti per la disubbidienza di Mardocheo, con però un’importante differenza: mentre Vasti viene ripudiata e le donne sottomesse, il popolo ebraico va annientato. La posizione subalterna della donna è la premessa di un regime pronto ad annientare coloro che di volta in volta vengono costruiti come nemico. (…)
Sebbene Ester emerga viva dal conflitto, per molte donne la storia è diversa. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale il rapporto sessuale è stato costruito in termini di dominio cosicché lo stupro è diventato la metafora di qualsiasi atto di dominazione. Fine ultimo degli stupri di guerra commessi durante non importa quale conflitto (…) è l’affermazione della propria maschilità attraverso l’assoluta umiliazione del nemico. In tempi di guerra, inoltre, migliaia di donne sono state rapite e tenute prigioniere per offrire servizi sessuali ai soldati.
All’epoca della guerra in Vietnam, per esempio, l’esercito americano aveva adibito alcune isole del Pacifico alla prostituzione mentre dal ’32 al ’45 l’esercito giapponese teneva fino a 200.000 donne coreane come schiave. Lo stupro sistematico delle donne dell’Altro e il massiccio sfruttamento sessuale delle donne da parte degli eserciti in tempo di guerra sono una terribile spia del nesso tra maschilismo e violenza bellica. Se monoteismo, maschilismo e violenza bellica si implicano a vicenda si potrebbe pensare che l’opposizione alla guerra e la speranza della pace possano provenire dalla donne tout court.
Tale idea emerge con forza nell’800, segnando settori del movimento delle donne e continua ad esercitare ancora oggi un certo fascino. Alcune iniziative delle donne a favore della pace sono riuscite infatti ad unire non solo donne del monoteismo (come le Donne in Nero nel Medio oriente o le donne cattoliche e protestanti dell’Irlanda) ma anche donne di diverse o nessuna esperienza religiosa. Ma basare un’etica della pace su una presunta natura femminile universale è problematico. L’alterità femminile, imprescindibile nel produrre l’alterità altrui, ha difficoltà a creare quell’identità solidale propria di altri gruppi sociali. (…)
Se maschilismo, monoteismo, esclusivismo e violenza bellica si intrecciano tanto nella storia quanto nella teologia, quali speranze di pace possono provenire dal monoteismo? (…) E’ importante rilevare che quando le teologhe mettono sotto accusa la maschilità del monoteismo, non accusano la maschilità tout court bensì la maschilità configurata in termini patriarcali. (…)

Dio Padre diventa il garante di un ordine sociosimbolico attraversato da rapporti “di diseguaglianza egemonica, di controllo – dominio/sottomissione, oppressore/oppresso – caratterizzati da paternalismo, imperialismo, colonialismo ed elitismo“. Come è difficile dire un femminile al di fuori di questa economia (cui si è dedicato il movimento delle donne), così è difficile per gli uomini dire la propria sessuazione parziale (cui si sono dedicati un po’ meno). E se Dio venisse in loro aiuto?
La prima risposta alla nostra domanda consiste nel fare leva sulla maschilità di Dio per poter dire un modo di essere uomini non più al servizio dell’ordine violento del patriarcato. In Mt 23 Gesù esclude la possibilità che gli uomini si appellino a Dio per legittimare rapporti di natura gerarchica. Dicendo “Ma voi non vi fate chiamare Maestro perché uno solo è il vostro Maestro“, Gesù afferma che nessuno può arrogarsi del titolo divino per porsi in una posizione di superiorità nei confronti dell’altro. Inoltre, viene messa in evidenza la natura patriarcale di tali rapporti: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli“.
In altre parole, Gesù si appella alla paternità divina non per mistificare i rapporti diseguali bensì per smascherarli. Tuttavia Gesù non si limita a criticare l’ordine sociosimbolico patriarcale ma addirittura lo sovverte. Ad essere i primi non sono più i padri bensì gli ultimi nella gerarchia domestica dell’epoca i servi. (…) Gesù utilizza la figura del servo per opporsi a chi vuole riprodurre rapporti patriarcali all’interno del suo movimento. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale i servi, e quell’altra figura prediletta di Gesù, il bambino – occupano una posizione femminile. Che Gesù si presenti e viene presentato come servo, quindi, sconvolge sia le nostre nozioni di Dio che i ruoli sociali predicati sulla differenza di genere. Poiché è soprattutto in relazione alla sua morte che Gesù viene chiamato servo non c’è da sorprendersi se, nel racconto della passione Gesù come vittima occupa la posizione femminile per eccellenza. (…)
Mary Daly afferma: “Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente nelle donne, sono anch’esse quelle di una vittima: amore sacrificale, passiva accettazione della sofferenza, umiltà, mansuetudine ecc“.
Io, invece sto affermando che la vita di Gesù dimostra precisamente le qualità cui una maschilità distorta dalle relazioni patriarcali abbisogna. La vita di Gesù intacca alle radici quel modo di relazionarsi che porta in ultima analisi alla violenza bellica. (…) La morte di Gesù avvenuta porta al culmine un processo in cui Dio stesso diventa Altro. Facendosi Altro, Dio si è spogliato dalla sua maschilità violenta e patriarcale indicando nuove piste al maschile.

(…) Secondo Theissen, per diventare universale l’Iddio degli Israeliti doveva liberarsi dalle immagini. La seconda risposta che danno le donne al nostro quesito si appella direttamente a questo divieto alle immagini. Insistendo sulla paternità di Dio i teologi hanno creato un’immagine linguistica di Dio Padre non meno idolatra di sculture fatte di legno o di metallo. (…)
Che cosa fanno le donne di questo discorso? Affermano che se ogni discorso su Dio utilizza un linguaggio mitico, e se la donna è immagine di Dio tanto quanto l’uomo, allora si può parlare di Dio “se così si può dire” in termini femminili. Non si tratta di aggiungere ad un Dio maschile degli attributi cosiddetti femminili (…). Si tratta, invece, di dire Dio completamente al femminile mostrando che ciò che sta in gioco nella paternità divina non è tanto la maschilità di Dio quanto la sua genitorietà (…)

Secondo Adriana Cavarero, la tradizione filosofica di Occidente è imperniata su una simbolica di morte; l’essere umano viene definito a partire dalla morte, siamo infatti “mortali”. Se è la morte a definirci, allora il ruolo di Dio consiste nel salvarci da essa, garantendoci l’immortalità.

L’idea di un Dio che salva l’essere umano dalla corruzione e dalla morte è fondamentale nel pensiero cristiano ed è lo stesso Dio a giustificare il dominio su tutto ciò che ricorda la mortalità umana (maschile) come appunto le donne, la corporeità, la polvere della terra. La negazione della morte, insieme agli sforzi di dominarla vanno quindi a pari passo con una profonda misoginia…