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Omosessualità. Incontro ecumenico a Reggello. Prosegue la riflessione teologica degli omosessuali credenti

Casa Cares  - Reggello

Casa Cares - Reggello

(NEV) – Il 12 e 13 aprile presso il centro evangelico “Casa Cares” (Reggello, Firenze) si è svolto un incontro ecumenico di gruppi di omosessuali credenti: al centro della riflessione il versetto biblico “La pietra scartata dai costruttori è divenuta pietra angolare” (I Pietro, 2:7). All’incontro, promosso dalla Rete evangelica fede e omosessualità (REFO) di Firenze, e dai gruppi “Gionata” e “Amare col cuore di Dio”, è intervenuta la teologa e pastora battista Elizabeth Green. Oltre a quelle della REFO, erano presenti rappresentanze dei gruppi “Il Guado” (MI), Associazione genitori ed amici di omosessuali (AGEDO) e di alcune chiese evangeliche della Toscana.

“E’ stata una bella occasione d’incontro – ha dichiarato all’agenzia NEV Giorgio Rainelli, portavoce della REFO nazionale – nella quale abbiamo verificato la possibilità di rilanciare l’attività di diversi gruppi locali di omosessuali credenti anche in una prospettiva ecumenica. Si consolida così una rete che ormai può vantare qualche anno di impegno: la REFO, si avvia a celebrare i dieci anni di attività”.

E qual è il bilancio di questi anni di lavoro? “Difficile a dirsi. E’ importante che, ad esempio nell’Assemblea-Sinodo delle chiese battiste, metodiste e valdesi, svoltasi lo scorso novembre, il tema dell’omosessualità sia stato affrontato e sia stato approvato un documento. D’altra parte in molte chiese, soprattutto in ambito cattolico, la presenza di credenti omosessuali resta invisibile, quasi catacombale. Tuttavia la riflessione continua ed è importante che talvolta vi partecipino attivamente anche dei sacerdoti”

Davide

Davide

Carlo Coccioli

(collana Questo e altri mondi)

Sironi, 2009

€ 17,00

pp.349

Descizione: Il re Davide, anziano e costretto a tetto, presagisce la fine dei suoi giorni: accanto a lui, per riscaldare l’ormai debole corpo, giace una schiava; fuori dalla stanza si svolgono gli intrighi di corte per la successione al trono. Il re si rivolge a Dio e ripercorre, con Lui e davanti a Lui, tutta la sua lunga e avventurosa vita. Con Lui e davanti a Lui: perché Davide è stato il primo uomo a non temere di stare al cospetto di Dio, a dargli del “tu”. Ed è stato il primo uomo che osò amare Dio: di un amore appassionato, sensuale, inebriante; così come di un amore appassionato, sensuale, inebriante aveva amato il suo popolo, le sue donne, l’amico fraterno Gionata, il figlio ribelle Assalonne. Un amore che non gli aveva impedito – per eccesso di passione, di sensualità e di ebbrezza – di peccare e di essere punito. Senza smettere di amare. Questo è, e non altro, il romanzo “Davide” di Carlo Coccioli: una storia d’amore e di peccato, di obbedienza e di desiderio, di vicinanza e lontananza dal Divino.

Recensione di Roberto Carnero, tratta da L’Unità del 12/03/2009

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Omofobia. Il pregiudizio anti-omosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri

Omofobia. Il pregiudizio anti-omosessuale dalla Bibbia ai giorni nostri

Paolo Pedote e Giuseppe Lo Presti

(collana Eretica speciale)

Stampa Alternativa, 2009

€ 12,00

pp.161

Descrizione: In questo testo sono raccolte oltre 500 citazioni che tracciano una storia del pregiudizio nei confronti delle persone omosessuali.

L’omofobia ha descritto gli omosessuali come portatori di una tara psico-fisica, come individui che si sono opposti alla volontà divina, all’umana ragione e alla natura stessa.

Dalla ‘pioggia di fuoco’ di biblica memoria, questa condanna fa ancora parte del tessuto connettivo della nostra società.Raccogliere citazioni omofobe significa rovistare tra le macerie di Sodoma, la città distrutta da Dio per l’infame delitto.

Ma da dove partire per ricostruirla? Paradossalmente dalle stesse macerie della vecchia città, attraverso la storia della persecuzione di questo comportamento umano.

Questo saggio è il tentativo di ricostruirne un pilastro, anche attraverso le parole di chi ha espresso la dignità e il valore della diversità omosessuale, contribuendo a demolire i muri della prigione millenaria che è il contra naturam. Continua a leggere

Dalle veglie di preghiera per le vittime dell’omofobia “un messaggio di speranza che superi i silenzi e gli imbarazzi delle chiese”

No omofobia

(NEV) – Si ripete quest’anno dal 2 al 6 aprile (2008), in molte città italiane, l’esperienza delle veglie ecumeniche di preghiera per ricordare le vittime dell’omofobia, della paura e della violenza nei confronti delle persone omosessuali.
Dopo il successo dell’iniziativa del 28 giugno 2007, quest’anno oltre quaranta città ospiteranno una veglia, non solo in Italia ma anche in alcuni stati esteri. Hanno aderito all’iniziativa numerose chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi, e diversi gruppi di cristiani omosessuali, tra cui la Rete evangelica fede e omosessualità (REFO).

Mai come negli ultimi mesi la crudeltà e la violenza dell’omofobia ha mietuto molte vittime – si legge in un appello del gruppo REFO di Firenze, città dalla quale è partita l’iniziativa l’anno scorso –, episodi che fanno dubitare che il nostro possa essere ancora un paese civile e cristiano. Ecco perché i gruppi di credenti e comunità cristiane daranno vita, in Italia e all’estero, a tante veglie per ricordare le vittime dell’omofobia e lanciare un messaggio di speranza che superi i silenzi e gli imbarazzi delle nostre chiese su questo tema”.
Quest’anno l’iniziativa ecumenica ricorda in particolare la figura di Martin Luther King, pastore battista che ha pagato con la vita l’impegno per superare il pregiudizio, nella ricorrenza del quarantesimo anniversario della morte il 4 aprile (vedi notizia in questo numero).

L’iniziativa parte oggi in una chiesa battista di Milano e continuerà nei prossimi giorni in altre città. Sono in programma appuntamenti nelle chiese evangeliche di Aosta, Firenze, Napoli, Rimini e Roma, nonché culti domenicali a tema a Catania, Grosseto, Roma e Venezia (vedi Appuntamenti in questo numero). Per ulteriori informazioni www.gionata.org

“Vogliamo una Chiesa accogliente” di Delia Vaccarello

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(Articolo di Delia Vaccarello tratto da l’Unità del 13 novembre 2007) – «Sei gay o trans e ti rifiutano come testimone di nozze? Succede. Ma se non sei famoso, nessuno lo sa», dice Pasquale Quaranta credente e omosessuale.
Tantissime nella comunità gay le reazioni alla vicenda che ha visto il vescovo di Foggia negare all’onorevole Luxuria il «permesso» di fare da testimone di nozze al matrimonio della cugina, per poi concederlo dopo una giornata di polemiche. C’è chi testimonia le discriminazioni subìte, chi sottolinea la distanza tra le gerarchie ecclesiastiche e la comunità dei credenti.
E chi risponde invitando a non rincorrere le «concessioni». È diffusa l’aspirazione ad avere una Chiesa Cattolica del «sì» piuttosto che dei tanti «no», più vicina alle chiese cristiane. In nome dell’accoglienza verso omosex e trans si sono pronunciati l’Assemblea generale dell’Unione battista (Ucebi) e il Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste. La mozione approvata di recente «confessa» il peccato delle discriminazioni, condanna le persecuzioni ai danni dei gay, invita a rispettare l’amore e le coppie omosessuali.


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Battisti, Metodisti e Valdesi per l’accoglienza delle persone omosessuali

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(NEV) – La Rete Evangelica Fede e Omosessualità (REFO) esprime soddisfazione per la mozione sull’omosessualità approvata oggi a larga maggioranza dalla sessione congiunta dell’Assemblea generale dell’Unione battista (UCEBI) e del Sinodo delle Chiese valdesi e metodiste, riunita a Ciampino (Roma) dal 2 al 4 novembre 2007.

La mozione dell’Assemblea/Sinodo sottolinea la vocazione delle chiese cristiane all’accoglienza; afferma che “lccato della discriminazione delle persone omosessuali” e “condanna “ogni violenza verbale, fisica e psicologica, ogni persecuzione nei confronti di persone omosessuali”; invita i/le credenti a contribuire ad una “cultura del rispetto, dell’ascolto e del dialogo”; invita le chiese “ad accogliere le persone omosessuali senza alcuna discriminazione” e, nell’ottica di uno stato laico, a “sostenere e promuovere concretamente progetti e iniziative tesi a riconoscere i diritti civili delle persone e delle coppie discriminate sulla base dell’orientamento sessuale”.

Il 28 giugno 2007 in tutta Italia veglie ecumeniche di preghiera contro l’omofobia. Un momento di testimonianza cristiana e di comunione tra credenti, omosessuali e non

luci di Monserrat

Luci di Monserrat

(NEV) – Veglie ecumeniche di preghiera si svolgeranno il 28 giugno 2007 in diverse città italiane per ricordare le vittime dell’omofobia, della paura e della violenza nei confronti delle persone omosessuali.
Dopo la partecipazione al Gay Pride il 16 giugno scorso a Roma, con un culto ecumenico il giorno successivo alla Comunità di base di San Paolo, numerosi gruppi di cristiani omosessuali, tra cui la Rete evangelica fede e omosessualità (REFO), hanno aderito all’iniziativa del 28 giugno lanciata dal gruppo Kairòs di Firenze. Sono in programma appuntamenti nelle chiese valdesi di Firenze, Milano, Napoli e Palermo, nella chiesa metodista di Roma, nonché nelle città di Torino,Bologna, Ancona, Avellino, Pescara e Rimini.

“È la prima volta che si organizza un’iniziativa di questo genere – ha dichiarato Giorgio Rainelli, coordinatore della REFO – Alcune delle città coinvolte adotteranno la stessa liturgia, con letture, meditazioni su testi biblici e riflessioni su episodi di ‘ordinaria omofobia’: a Roma ricorderemo il ragazzo accoltellato e morto dissanguato al Parco delle Valli poco tempo fa. Abbiamo invitato a partecipare tutte le chiese evangeliche della zona e ci auguriamo una risposta positiva”.

La data del 28 giugno ricorda la rivolta di Stonewall (New York) nel 1969, quando un gruppo di omosessuali reagì alle quotidiane violenze della polizia, chiedendo dignità e giustizia. Lo scopo dell’iniziativa – si legge in un comunicato del gruppo Kairòs – è di “pregare per le vittime dell’omofobia, condividendo insieme agli altri la nostra sete di speranza e di giustizia perché cessi questa inumana violenza. Non si tratta solo di una preghiera recitata ad alta voce in un luogo di culto né di una ricerca di visibilità fine a se stessa, ma di un momento di testimonianza cristiana e di comunione tra i gruppi di credenti, omosessuali e non”.

“L’omosessualità: una questione bibliografica? Se ne parla nel Bolletino Refo n. 23

(NEV) – E’ uscito il bollettino numero 23 della Rete evangelica fede e omosessualità (REFO). In sommario, “L’omosessualità: una questione bibliografica?” (file Doc), analisi del documento sull’omosessualità dell’Alleanza evangelica italiana; Le chiese in Spagna e la questione omosessuale; prossimo convegno REFO sulle benedizioni di unioni; notizie dal mondo

“Al di là di Dio Padre”. Riflessioni bibliche di Elisabeth Green

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Monoteismo, maschilismo e violenza bellica si cementano a vicenda e si fondano sull’immagine di un Dio maschile, violento e patriarcale. Pubblichiamo ampi stralci della relazione che la pastora valdese Elisabeth E. Green ha presentato, su questi temi, al Convegno Internazionale “Pace e guerra nella Bibbia e nel Corano” tenutosi a Torino dal 12 al 14 ottobre 2001

Guerra e monoteismo sono realtà in cui la differenza sessuale gioca un ruolo determinante. Fino a poco tempo fa tutto l’apparato militare, gli eserciti di tutto il mondo erano realtà virili da cui le donne erano rigorosamente escluse. E la stessissima cosa possiamo affermare del monoteismo nelle sue forme istituzionalizzate. Se in alcuni settori del cristianesimo e dell’ebraismo le donne ora occupano posizioni fino a poco tempo fa riservate solo a uomini, la maggioranza delle istituzioni che si ispirano al monoteismo – chiese, moschee, sinagoghe – continua a rimanere di governo esclusivamente maschile. Anzi possiamo affermare che la differenza sessuale è una discriminante fondamentale a livello sia simbolico che sociale nelle religioni monoteistiche.
Poiché la declinazione al maschile delle realtà che ci interessano è preponderante, potrebbe venire a noi donne la tentazione di lavarcene le mani e dichiararci tranquillamente estranee a qualsiasi discorso su pace e guerra nelle religioni del libro. Preferisco non soccombere a tale tentazione. Come donne infatti ci troviamo all’interno sia delle diverse istanze del monoteismo che nei vari apparati di guerra essendoci stato assegnato un ruolo simbolico fondamentale.(…)

La nozione di un Dio declinato esclusivamente al maschile è stata oggetto di critica da parte di Mary Daly nella sua opera Al di là di Dio Padre. Semplificando al massimo, Daly (e con lei molte teologhe), opinano che la figura di un Dio maschile in cielo serve a legittimare i rapporti diseguali tra uomini e donne sulla terra. Inoltre, se come opina il sociologo francese Bourdieu, “l’atto sessuale stesso è concepito dagli uomini come una forma di dominio, di riappropriazione, di ‘possesso'”, allora si profila un nesso tra l’Iddio garante di maschilità, da una parte, e ciò che Daly chiama la Sacrilega Trinità: stupro, genocidio e guerra, dall’altra.
Se le teologhe in occidente considerano l’Iddio maschile perno di un violento ordine sociosimbolico, alcune teologhe asiatiche e africane ritengono che il problema non sia tanto la configurazione maschile di Dio quanto la sua natura esclusivista.
Come l’esperienza maschile è stata universalizzata fino a diventare la norma dell’umano tout court, così il cristianesimo è stato assolutizzato come norma di ogni fede religiosa. Kwok Pui Lan, per esempio, afferma che “una comprensione esclusivista del Cristo eleva il cristianesimo al di sopra di tutte le altre religioni ed è stata utilizzata per giustificare la conquista, la colonizzazione e persino il genocidio”. In questo modo viene prospettata l’ipotesi che monoteismo, esclusivismo, maschilismo e violenza si implichino a vicenda.

Il noto studioso tedesco Gerd Theissen sottolinea il ruolo giocato dalla maschilità nello sviluppo del monoteismo biblico. Poiché il monoteismo potesse affermarsi Dio doveva diventare veramente universale (…). Così la divinità doveva liberarsi dai legami sia con l’ambiente che con la famiglia. Dovette sorgere, cioè il Dio “senza immagini” e il Dio “senza famiglia”. (…) E’ evidente che tale Dio slegato dai legami di parentela, alienato dai processi biologici fondamentali, portatore di “valori più alti del vivere e del sopravvivere” non poteva che essere maschile. (…) Ciò che mi preme evidenziare è che la logica di tali sistemi (religiosi, ndr) è una logica sessuata secondo cui l’unico Dio viene declinato al maschile e l’Altro di qualsiasi genere, colore o fede viene declinato al femminile. (…)
Nella versione cristiana di tale regime l’uomo si rispecchia nel Dio maschile come il Soggetto Assoluto secondo la cui immagine è stato creato mentre la donna continua a differenziarsi in relazione sia a Dio che all’uomo come l’Altro. In questo modo, il femminile diventa la cifra simbolica di ogni altro Altro, cioè di qualsiasi nemico ebreo, nero, o omosessuale che sia. La violenza bellica, quindi, trae forza dalla misoginia costitutiva dell’ordine sociosimbolico patriarcale, ordine a sua volta legittimato dal Dio maschile. Vorrei portare un esempio di questa tesi prendendo in esame l’addestramento militare.
Pare che l’esercito per creare la docilità necessaria all’ubbidienza incondizionata del soldato debba trasformare i suoi maschi in “femmine”. Gli insulti urlati alle reclute, per esempio, si riferiscono alle donne e soprattutto a quelle parti dell’anatomia femminile legate alle funzioni riproduttive. Durante il combattimento, l’odio che il soldato sente verso il “femminile” dentro di sé, viene mobilitato e proiettato sul nemico il quale diventa, simbolicamente, una donna da distruggere (…). Nella Bibbia, il nesso tra discriminazione della donna e sterminio del nemico viene illuminato dal libro di Ester. Il primo capitolo infatti ci regala un quadro quasi perfetto del meccanismo dell’ordine imperiale in cui gli uomini comandano e le donne ubbidiscono.
Quando la regina Vasti si oppone all’ordine del re, rifiutando di esporsi come oggetto allo sguardo maschile, il re emana un decreto per ristabilire l’uomo come capo famiglia in ogni casa del reame. La successiva ribellione di Mardocheo viene a ricalcarsi sulla storia di Vasti cosicché il popolo ebraico assume una posizione simbolica femminile. Come tutte le donne andavano punite per la disubbidienza della regina, così tutti gli ebrei saranno puniti per la disubbidienza di Mardocheo, con però un’importante differenza: mentre Vasti viene ripudiata e le donne sottomesse, il popolo ebraico va annientato. La posizione subalterna della donna è la premessa di un regime pronto ad annientare coloro che di volta in volta vengono costruiti come nemico. (…)
Sebbene Ester emerga viva dal conflitto, per molte donne la storia è diversa. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale il rapporto sessuale è stato costruito in termini di dominio cosicché lo stupro è diventato la metafora di qualsiasi atto di dominazione. Fine ultimo degli stupri di guerra commessi durante non importa quale conflitto (…) è l’affermazione della propria maschilità attraverso l’assoluta umiliazione del nemico. In tempi di guerra, inoltre, migliaia di donne sono state rapite e tenute prigioniere per offrire servizi sessuali ai soldati.
All’epoca della guerra in Vietnam, per esempio, l’esercito americano aveva adibito alcune isole del Pacifico alla prostituzione mentre dal ’32 al ’45 l’esercito giapponese teneva fino a 200.000 donne coreane come schiave. Lo stupro sistematico delle donne dell’Altro e il massiccio sfruttamento sessuale delle donne da parte degli eserciti in tempo di guerra sono una terribile spia del nesso tra maschilismo e violenza bellica. Se monoteismo, maschilismo e violenza bellica si implicano a vicenda si potrebbe pensare che l’opposizione alla guerra e la speranza della pace possano provenire dalla donne tout court.
Tale idea emerge con forza nell’800, segnando settori del movimento delle donne e continua ad esercitare ancora oggi un certo fascino. Alcune iniziative delle donne a favore della pace sono riuscite infatti ad unire non solo donne del monoteismo (come le Donne in Nero nel Medio oriente o le donne cattoliche e protestanti dell’Irlanda) ma anche donne di diverse o nessuna esperienza religiosa. Ma basare un’etica della pace su una presunta natura femminile universale è problematico. L’alterità femminile, imprescindibile nel produrre l’alterità altrui, ha difficoltà a creare quell’identità solidale propria di altri gruppi sociali. (…)
Se maschilismo, monoteismo, esclusivismo e violenza bellica si intrecciano tanto nella storia quanto nella teologia, quali speranze di pace possono provenire dal monoteismo? (…) E’ importante rilevare che quando le teologhe mettono sotto accusa la maschilità del monoteismo, non accusano la maschilità tout court bensì la maschilità configurata in termini patriarcali. (…)

Dio Padre diventa il garante di un ordine sociosimbolico attraversato da rapporti “di diseguaglianza egemonica, di controllo – dominio/sottomissione, oppressore/oppresso – caratterizzati da paternalismo, imperialismo, colonialismo ed elitismo“. Come è difficile dire un femminile al di fuori di questa economia (cui si è dedicato il movimento delle donne), così è difficile per gli uomini dire la propria sessuazione parziale (cui si sono dedicati un po’ meno). E se Dio venisse in loro aiuto?
La prima risposta alla nostra domanda consiste nel fare leva sulla maschilità di Dio per poter dire un modo di essere uomini non più al servizio dell’ordine violento del patriarcato. In Mt 23 Gesù esclude la possibilità che gli uomini si appellino a Dio per legittimare rapporti di natura gerarchica. Dicendo “Ma voi non vi fate chiamare Maestro perché uno solo è il vostro Maestro“, Gesù afferma che nessuno può arrogarsi del titolo divino per porsi in una posizione di superiorità nei confronti dell’altro. Inoltre, viene messa in evidenza la natura patriarcale di tali rapporti: “Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro, quello che è nei cieli“.
In altre parole, Gesù si appella alla paternità divina non per mistificare i rapporti diseguali bensì per smascherarli. Tuttavia Gesù non si limita a criticare l’ordine sociosimbolico patriarcale ma addirittura lo sovverte. Ad essere i primi non sono più i padri bensì gli ultimi nella gerarchia domestica dell’epoca i servi. (…) Gesù utilizza la figura del servo per opporsi a chi vuole riprodurre rapporti patriarcali all’interno del suo movimento. Nell’ordine sociosimbolico patriarcale i servi, e quell’altra figura prediletta di Gesù, il bambino – occupano una posizione femminile. Che Gesù si presenti e viene presentato come servo, quindi, sconvolge sia le nostre nozioni di Dio che i ruoli sociali predicati sulla differenza di genere. Poiché è soprattutto in relazione alla sua morte che Gesù viene chiamato servo non c’è da sorprendersi se, nel racconto della passione Gesù come vittima occupa la posizione femminile per eccellenza. (…)
Mary Daly afferma: “Le qualità che il cristianesimo idealizza, specialmente nelle donne, sono anch’esse quelle di una vittima: amore sacrificale, passiva accettazione della sofferenza, umiltà, mansuetudine ecc“.
Io, invece sto affermando che la vita di Gesù dimostra precisamente le qualità cui una maschilità distorta dalle relazioni patriarcali abbisogna. La vita di Gesù intacca alle radici quel modo di relazionarsi che porta in ultima analisi alla violenza bellica. (…) La morte di Gesù avvenuta porta al culmine un processo in cui Dio stesso diventa Altro. Facendosi Altro, Dio si è spogliato dalla sua maschilità violenta e patriarcale indicando nuove piste al maschile.

(…) Secondo Theissen, per diventare universale l’Iddio degli Israeliti doveva liberarsi dalle immagini. La seconda risposta che danno le donne al nostro quesito si appella direttamente a questo divieto alle immagini. Insistendo sulla paternità di Dio i teologi hanno creato un’immagine linguistica di Dio Padre non meno idolatra di sculture fatte di legno o di metallo. (…)
Che cosa fanno le donne di questo discorso? Affermano che se ogni discorso su Dio utilizza un linguaggio mitico, e se la donna è immagine di Dio tanto quanto l’uomo, allora si può parlare di Dio “se così si può dire” in termini femminili. Non si tratta di aggiungere ad un Dio maschile degli attributi cosiddetti femminili (…). Si tratta, invece, di dire Dio completamente al femminile mostrando che ciò che sta in gioco nella paternità divina non è tanto la maschilità di Dio quanto la sua genitorietà (…)

Secondo Adriana Cavarero, la tradizione filosofica di Occidente è imperniata su una simbolica di morte; l’essere umano viene definito a partire dalla morte, siamo infatti “mortali”. Se è la morte a definirci, allora il ruolo di Dio consiste nel salvarci da essa, garantendoci l’immortalità.

L’idea di un Dio che salva l’essere umano dalla corruzione e dalla morte è fondamentale nel pensiero cristiano ed è lo stesso Dio a giustificare il dominio su tutto ciò che ricorda la mortalità umana (maschile) come appunto le donne, la corporeità, la polvere della terra. La negazione della morte, insieme agli sforzi di dominarla vanno quindi a pari passo con una profonda misoginia…

Un culto ecumenico per il World Pride del 2000, perchè “la parola di Dio chiama all’accoglienza”

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Bandiera Raimbow

(NEV) – “Non possiamo in alcun modo giustificare un’etica del rifiuto e del disprezzo ricorrendo alla parola di Dio“: lo ha detto la pastora battista Anna Maffei durante il culto ecumenico che si e’ svolto il 2 luglio a Roma presso la chiesa valdese di piazza Cavour, in occasione del “World Pride”: un culto ecumenico e internazionale, che ha inteso dare un segno forte di solidarieta’ ed accoglienza ai partecipanti alla manifestazione del “World Pride”.

Nella sua predicazione la pastora Maffei si e’ interrogata sull’origine delle separazioni fra i cristiani in ambito etico, ripercorrendo la vicenda biblica della “caduta” del primo uomo e della prima donna (Genesi 3).
Non credo – ha affermato – che le nostre divisioni su questioni etiche vengano veramente dalla parola di Dio, ma da interpretazioni settarie di alcuni pochi e controversi testi biblici. Proiettare su Dio idee e intenzioni a lui estranee – ha aggiunto – e’ la vera fonte di ogni divisione che attraversa oggi le chiese“.

Un segnale di forte apertura ed accoglienza, quello che giunge dalle chiese protestanti, che intendono “tenere aperte le porte delle proprie chiese al dialogo, per accogliere e difendere i diritti di tutte le minoranze“, come ha spiegato nel saluto introduttivo il pastore Luca Negro.
Fra gli ospiti, la pastora unitariana statunitense Carol Johnson, che ha voluto rivolgere il suo pensiero a tutti coloro che non possono partecipare a questo tipo di iniziative: “Coloro che sono messi a tacere, o che hanno paura, coloro che non sanno che vi sono comunita’ cristiane che potrebbero accoglierli: in questo tempo e in questa settimana di World Pride – ha detto – noi vogliamo essere loro alleati, per sostenerli e coinvolgerli in un cammino comune di trasformazione“.

L’8 luglio (2000), in occasione del corteo finale del World Pride, la chiesa valdese di piazza Cavour aprira’ simbolicamente le proprie porte, per sottolineare ancora una volta la visione “inclusiva” della fede, che chiama all’accoglienza verso chiunque invochi il nome di Dio con cuore sincero. Sulla facciata del tempio e’ gia’ stato esposto uno striscione – che restera’ per tutta la durata del World Pride – con un versetto biblico tratto dal libro di Gioele: “Chiunque invochera’ il nome del Signore sara’ salvato”.