Pubblichiamo il sermone della pastora Giuseppina Bagnato che riflette sul testo di 2 Timoteo 1,1-14. Il sermone è stato scritto prima della sentenza definitiva che condanna l’attivista queer antifascista Maja T. a 7 anni di carcere.
2Timoteo 1,1-14
Paolo, apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, secondo la promessa della vita che è in Cristo Gesù, 2 a Timoteo, mio caro figlio, grazia, misericordia, pace da Dio Padre e da Cristo Gesù nostro Signore. 3 Ringrazio Dio, che servo come già i miei antenati con pura coscienza, ricordandomi regolarmente di te nelle mie preghiere giorno e notte; 4 ripenso alle tue lacrime e desidero intensamente vederti per essere riempito di gioia. 5 Ricordo infatti la fede sincera che è in te, la quale abitò prima in tua nonna Loide e in tua madre Eunice, e, sono convinto, abita pure in te. 6 Per questo motivo ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. 7 Dio infatti ci ha dato uno spirito non di timidezza, ma di forza, d’amore e di autocontrollo. 8 Non aver dunque vergogna della testimonianza del nostro Signore, né di me, suo carcerato; ma soffri anche tu per il vangelo, sorretto dalla potenza di Dio. 9 Egli ci ha salvati e ci ha rivolto una santa chiamata, non a motivo delle nostre opere, ma secondo il suo proposito e la grazia che ci è stata fatta in Cristo Gesù fin dall’eternità, 10 ma che è stata ora manifestata con l’apparizione del Salvatore nostro Cristo Gesù, il quale ha distrutto la morte e ha messo in luce la vita e l’immortalità mediante il vangelo, 11 in vista del quale io sono stato costituito araldo, apostolo e dottore. 12 È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno. 13 Prendi come modello le sane parole che hai udite da me con la fede e l’amore che si hanno in Cristo Gesù. 14 Custodisci il buon deposito per mezzo dello Spirito Santo che abita in noi.
Nel buio, nel fetore, in un tempo che si dilata e dove il giorno e la notte vivono di un interminabile interregno, lì si muove la riflessione del prigioniero.
Saulo di Tarso, ebreo di alto lignaggio, convertito sulla via di Damasco all’annuncio dell’evangelo di Gesù Cristo, attende una condanna a morte.
Ci si può preparare alla fine e altre volte no.
Talvolta la si ricerca o si invoca che il suo giungere sia imminente.
Possiamo essere protagonisti o spettatori.
Quante storie Paolo ha ascoltato in quelle celle? Quante volte ha udito altri invocare la propria madre; chiedere una possibilità di perdono ai propri figli o per le proprie figlie; avvertire negli altri la paura della fine che avanza.
È in questo interregno che Paolo vive da credente salvato.
Vive nella sua carne la solitudine che non conosce il conforto di un viso caro e vuole consegnare quei pensieri e quegli insegnamenti di cui ciascuno è depositario, alla sua famiglia di elezione: alla sua Ecclesia.
In questa giornata in cui il nostro lezionario prevede una riflessione su questo testo, le parole di Paolo a Timoteo, suo figlio spirituale, si sono intrecciate con quelle di un’altra condannata che in queste ore si è rivolta ai suoi affetti, alla sua famiglia di elezione.
Si tratta di Maja T., antifascista, arrestata in Ungheria durante le proteste contro la parata nazista dell’11 febbraio 2023, in occasione della cosiddetta “Giornata dell’onore”, una commemorazione che si tiene annualmente a Budapest. Maja vive in isolamento e attende oggi il verdetto che dovrebbe giungere il 30 di questo mese. Due giorni fa, le è stato concesso di leggere queste parole di fronte la Corte d’Appello di Budapest.
Due mesi fa, venerdì 17 luglio 2026, ho deciso di intervenire qui oggi per parlare di me stessa e del nostro processo. Poco dopo pranzo, quel giorno, ero sedut* alla mia scrivania quando gli agenti sono entrati nella mia cella. In quel momento ero chin* su un racconto breve che stavo scrivendo per inviarlo a un’accademia di scrittura creativa, alla quale sono iscritt* per un programma di formazione a distanza della durata di un anno. Il racconto parlava di un abbraccio con un altro detenuto. Era nuovo in carcere e ci eravamo incontrati per caso sulle scale. Avevamo cinque minuti per condividere il conforto di cui entrambi avevamo così disperatamente bisogno. A lui erano stati concessi appena 15 minuti per parlare con suo padre, che non vedeva da molti anni. Quando mi ha chiesto da quanto tempo fossi in carcere, gli ho risposto: da molto tempo – ormai due anni e mezzo – e che non sapevo per quanto tempo ancora sarebbe durata la mia detenzione.
Stavo scrivendo del tumulto interiore, del dolore, delle lacrime di rabbia, ma anche del coraggio, del calore e delle braccia che mi sostenevano, quando cinque agenti hanno fatto irruzione nella mia cella e mi hanno ordinato di togliermi il vestito. Mi hanno anche chiesto di consegnare tutti gli indumenti ritenuti «sospettosamente femminili». Mi sono rifiutat*, perché quel vestito me lo ero mess* da sol* e nessuna legge mi proibisce di farlo.
Poco dopo mi ritrovai distes* sul pavimento della cella, ammanettat* e con un labbro sanguinante. Questa umiliazione non era abbastanza per loro: no, in seguito tutti e cinque affermarono che l’uso della forza era stato necessario perché avevo opposto una violenta resistenza. Una menzogna – eppure la direzione del carcere credette loro, e io ricevetti una sanzione disciplinare. Tuttavia, a seguito di una denuncia formale, non sono stati in grado di giustificare né il motivo della perquisizione stessa né l’uso della forza, e il procedimento è stato silenziosamente archiviato. La terza procedura disciplinare archiviata durante la mia permanenza in custodia qui.
Una cosa rimane, però: il trauma di essere indifes* in quel momento di violenza. Trovo protezione solo confidando nella mia volontà di vivere e in tutte quelle persone, vicine e lontane, che mi stanno accanto, mi confortano e mi incoraggiano e che condividono la mia rabbia.
Tale impotenza è un’esperienza condivisa da molti, perché questa violenza contro gli esseri umani è una parte fondamentale dello Stato, specialmente all’interno del sistema carcerario. Essa cerca di imporci la propria volontà, di sfruttarci e quindi di degradare la dignità umana a un mero privilegio che può alterare, concedere e revocare in qualsiasi momento.
Questo tipo di incarcerazione fa parte dell’esperienza dei primi cristiani la cui fede spaventa il violentatore per quella forma di libertà su cui non riesce a incidere:
Qualcuno seguirà o dimenticherà la nostra testimonianza da qui a qualche generazione?
La parola vita è in tensione fra il presente e il futuro e ricorre spesso in queste lettere di Timoteo e in quella scritta all’altro discepolo Tito. Nel nostro testo precisa:
12 È anche per questo motivo che soffro queste cose; ma non me ne vergogno, perché so in chi ho creduto, e sono convinto che egli ha il potere di custodire il mio deposito fino a quel giorno.
Di fronte alle amarezze e nel dubbio, la fede pura annuncia pubblicamente: “Io so in chi ho creduto”.
Paolo testimonia di quel deposito che dal patriarca Abraamo è giunto fino a lui nelle sue catene e sa che la profezia non mente: c’è un Dio che ti visita nella prigione della tua vita e ti ricorda che non ti lascia.
Dio gli ha donato una famiglia di elezione: grande e fragile, che tante volte ha avuto bisogno di parole di ammonimento, che ha visto separarsi e ricostruirsi, in cui ci si è feriti vicendevolmente, eppure è a questi legami che guarda.
Paolo sa che c’è un solo Vangelo da predicare e ne continua a parlare a questo suo figlio di elezione nella loro fede comune, partendo dalla sua identità meticcia di radice ebraica (Atti 16: 1-3)
Due donne ebree, la madre e la nonna, lo hanno educato nella fede. La figura paterna sembra essere stata assente: la penna di Paolo ne conserva solo l’origine greca mentre la mente torna fra le mura domestiche in cui il giovane Timoteo è cresciuto.
Il prigioniero indugia ancora un po’ ricordando una casa che sapeva accogliere e scaldare e in cui Dio ha abitato.
La paternità spirituale di Paolo è un legame d’amore che non si allenta con la distanza né nella sofferenza.
L’imposizione pubblica delle mani su ogni fratello o sorella che si mette al servizio della Parola di Dio è un impegno per la vita davanti a Dio.
Le sue mani benedicenti accompagnano Timoteo dal carcere, lo sostengono e lo motivano alla forza, all’amore e all’autocontrollo.
Quella stessa forza che Paolo portava sempre con sé, dando conforto ai detenuti di oggi come ai carcerieri di ieri, nel viaggio per mare che lo portava in catene a Roma (Atti 27).
È la vita, che continua a essere piena di significato nella fede.
La Parola, ogni parola, si incarni nelle nostre relazioni, nella chiesa in cui Gesù Cristo è esempio d’amore e di lotta contro il male.
Questo deposito possa produrre frutto, possa vedere le nostre vite impegnate per la giustizia con azioni, preghiere e atti di solidarietà nei tempi bui che ci circondano.
Oggi più che mai il male avanza, siamo chiamate e chiamati a essere sentinelle, araldi e messagger* di giustizia senza timore.
Alziamoci, mettiamoci in marcia e annunciamo la Giustizia dei minimi, degli esclusi, dei margini, dei detenuti incarcerati per la libertà e il diritto di uguaglianza.
Costoro sono il centro del messaggio del Regno di Dio: noi siamo quella famiglia di elezione che sceglie, che continua a testimoniare di fronte a un tribunale di ingiustizia e si impone le mani vicendevolmente nel segno di un amore e di benedizione di Dio di cui nessuno potrà privarci.
Amen
